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Giovedì, 26 Aprile 2018 12:16

RODNIE: UNA VITA DA INDIGENI

Scritto da Pietro Scartezzini, CCP Caritas Ialiana, Filippine
RODNIE: UNA VITA DA INDIGENI CCP Focsiv - Caritas Italiana
Rodnie e’ un Ati che risiede in una semi sperduta località, Tag-ao, dove vivono ancora una trentina di famiglie interamente indigene o “miste”, tra i “pochi” nativi rimasti nella provincia di Capiz. Tag-ao e’ un piccolo sitio (piccolo gruppo di case) nella municipalità di Dumarao, nell’entroterra montagnoso di Capiz, ricco di interessanti storie di indigeni e di ribelli.


Per raggiungere Tag-ao bisogna superare l’abitato di Dumarao e in particolare il barangay Tamulalod con un mezzo a 4 ruote, dopodiche’ si puo’ procedere solo su due ruote attraverso una ripida e stretta strada accidentata, che in una ventina di minuti porta fino all’apice della collina. È lassù in cima che vive Rodnie.

Gli Ati sono un gruppo etnico delle Filippine facente parte del più ampio gruppo dei Negritos delle Filippine e i cui componenti si trovano ancora sparsi tra il sud dell'isola di Panay e l'isola di Negros. La popolazione degli Ati è stimata, con dati che risalgono al 1995, in circa 57 000 persone. La lingua utilizzata dagli Ati è lo Ati e viene parlata insieme all'Ilongo, e più precisamente la variante Kinaray-a, prevalentemente usata dalle popolazioni del Visayas Occidentale, di Panay e nelle provincie di Iloilo e Capiz. La maggior parte di loro vive oggi sull'isola di Panay: si stima che siano presenti in 23 barangay nella provincia di Antique, 21 in quella di Iloilo, almeno 2 ad Aklan e almeno 2 a Capiz, mentre sull'isola di Negros questo gruppo di nativi si trova in sole 3 barngay.
Questo popolo indigeno è generalmente caratterizzato da tratti comuni ai Negritos: bassi di statura e snelli, capelli neri e crespi particolarmente fitti nelle donne, pelle scura o scurissima, liscia ma grassa, naso piccolo e largo alla base e occhi tondi e scuri.

La gente si chiama semplicemente “elders” o “native people”, ma le persone ci tengono a rimarcare l’appartenenza al gruppo Ati.  La famiglia di Rodnie cosi’ come  altre famiglie che vivono a Tag-ao vengono da lontano:“Probabilmente i miei antenati si trasferirono su queste colline verso la fine del 19esimo secolo.Il nostro rapporto attuale con le autorità pubbliche filippine è relativamente buono, forse anche per i rari contatti che abbiamo”. Infatti, le uniche volte in cui le autorità fanno regolarmente visita a questo sitio, sono “le ore durante o successive ai disastri naturali” (soprattutto tifoni e terremoti) purtroppo molto frequenti in tutto il paese. In questa terra non ci sono particolari dispute riguardo alle proprietà delle terre ancestrali (con gli annessi problemi di esproprio, di concessioni minerarie, deforestazione etc.), piuttosto comune in tutto l’arcipelago e in generale in tutte le zone del mondo abitate dai popoli indigeni.
Come quasi tutti i gruppi purtroppo, nel corso della storia, la loro cultura e tradizioni sono state ripetutamente minacciate. Al principio per via della brutale colonizzazione spagnola, la quale impose il cattolicesimo come unica religione, convertendo ed inculcando a milioni di indigeni un modello a loro del tutto estraneo, successivamente, invece, dalla spietata globalizzazione che ha influenzato praticamente tutto il pianeta. Ancora oggi, spesso i nativi vivono nel disagio, emarginati e discriminati dal resto della popolazione.
Anche i contatti con i privati, con NGOs, con le agenzie ONU non sono molti: “solo una volta” spiega Rodnie” una compagnia privata venne da noi con l’intenzione di installare alcuni pannelli solari dai quali ancora oggi ricaviamo la preziosa energia”.  


Rodnie poi spiega con un misto tra il dispiacere e la sorpresa: “Negli ultimi decenni molti si sono trasferiti abbandonando queste fertili terre tentando la fortuna nelle grandi città come Manila, Cebu, Iloilo o la più vicina Roxas”. Spesso però la fortuna è solo un miraggio e i nativi emigrati vengono sfruttati, discriminati, vivendo in assoluta emarginazione nelle periferie di queste metropoli, costretti ad elemosinare e a vivere alla giornata. A Tag-ao le famiglie ancora presenti vivono come una vera comunità, si aiutano a vicenda, riescono a sopravvivere grazie ad agricoltura (riso, verdura e frutta), caccia (cinghiali, lucertole, gatti selvatici e vari tipi di uccelli), pesca (granchi e qualche pesce di fiume) e allevamento (polli, bovini e carabao, il bufalo filippino, usato soprattutto per lavorare la terra e come animale da soma).
Rodnie racconta di alcune tradizioni locali, alcune andate via via perdute, altre invece gelosamente mantenute e tramandate di generazione in generazione, compresa l’attuale. Per curare le ferite, soprattutto tagli ed escoriazioni, “usiamo una foglia speciale (lagundi), anche perché l’ospedale è comunque troppo lontano e l’assistenza sanitaria troppo cara” (anche se tuttavia in qualche caso potrebbero avere delle agevolazioni fiscali, spesso ignorate e difficili da attuare). Inoltre, quassù si va a caccia usando le tecniche di una volta: mi mostra un tipico arco di legno (la corda è fatta di lonok, mentre le frecce di bamboo) che viene utilizzato per la caccia di cinghiali, grandi lucertole e gatti selvatici e una fionda (terador) che serve a predare pipistrelli e altri tipi di uccelli. Rodnie, possiede  una sua collezione di oggetti artigianali (collane, braccialetti, porta gioielli, borse, cesti), decoratissimi e intrecciati accuratamente con il resistente legno di nito.
Rodnie sostiene in modo convinto e speranzoso che  i bisogni più urgenti per le famiglie di Tag-ao sono: “l’elettricità, perche’ quella ricavata dai pannelli solari non è sufficiente a coprire il fabbisogno totale del sitio, la scuola è troppo lontana per i bambini (spesso siamo noi genitori a portare a scuola i ragazzini con le moto, 6, tutte affittate) e non siamo mai stati dotati di un evacuation center che ci possa riparare durante i frequentissimi tifoni”.
Rodnie infine , come tutti i filippini, racconta  cosa accadde all’arrivo di Yolanda, il super tifone (il più grande mai registrato nella storia a livello mondiale) che nel novembre 2013 in poco più di due ore devastò le Visayas (il gruppo di isole situato nelle Filippine centrali). “Non essendoci alcun evacuation center abbiamo trovato rifugio nel posto più simile ad esso: una grotta ad un quarto d’ora di distanza a piedi dal villaggio. Rimanemmo in questo buio antro per qualche ora. Una volta conclusasi la forza brutale del tifone uscimmo e davanti ai nostri occhi si vedeva solo distruzione: il bestiame non esisteva più, le case spazzate via dai 300 km/h dei venti portati da Yolanda, ma nessuna persona è rimasta vittima del tifone perche’ siamo tutti riusciti a rifugiarci nella grotta”.