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Lunedì, 16 Aprile 2018 13:45

La storia di Maya - Razzismo endemico e come curarlo

Scritto da Martina Cattarulla, CCP CARITAS Italiana, Filippine
La storia di Maya  - Razzismo endemico e come curarlo CCP Focsiv - Caritas Italiana
Ms. Romelyn Gaspar, meglio nota nel suo villaggio come Maya, ha 32 anni, e’ nata e cresciuta nel villaggio di Bungsuan, nella zona di Dumarao, un villaggio del nord dell’isola di Panay (Filippine). Maya e’ andata a scuola fino ai 5 anni e fa parte di una popolazione indigena che si chiama “Ati”.

I nonni di Maya, nomadi per tradizione, vennero in queste zone dal sud dell’isola di Panay, dalla regione di Iloilo. Si stanziarono a Dumarao perche’ trovarono una terra fertile e disabitata che avrebbe potuto dargli da vivere, e cosi’ e' stato. Decisero di fermarsi su una collina, coltivando verdure, isolati dalla societa’, che a quel tempo era ancor piu’ chiusa di oggi e asserragliata dietro ai propri pregiudizi. Maya racconta:«In passato nessuno della nostra comunita’ scendevamai dalla collina, se non per necessita’ impellenti. Preferivamo evitare il contatto con la societa’». Infatti,  oltre ad avere tradizioni peculiari, i membri della comunita’ in cui vive Maya, hanno la pelle piu’ scura dei filippini che appaiono in TV, il che li ha portati da sempre ad essere discriminati.

Si potrebbe infatti erroneamente pensare che il razzismo sia (o sia stato) solo quello dei “bianchi” verso i “neri”. Una volta in Asia,ci si accorge subito di come tutti cerchino continuamente di avere la pelle piu’ chiara. Ecco il meccanismo perverso del meno nero che se la prende con il piu’ nero. In fondo, anche i bianchi non sono semplicemente “bianchi” e vanno dal rosato al marroncino. Tuttavia, in Europa, difficilmente cio’ ha portato ad episodi di razzismo, perche’ al massimo le persone comprano creme autoabbronzanti per far finta di essere state in vacanza. Visione opposta e pesi diversi, almeno in Asia.


Infatti, cosi’ come alcuni indiani non vogliono essere confusi con gli Africani, o come gli indianidel nord scherniscono quelli del sud perche’ piu’ scuri, anche le Filippine non si esimono da questa triste narrazione fatta di gradini. Basta infatti andare in un qualsiasi supermercato per rendersi conto che il colore della pelle rappresenta uno status sociale. Ogni singolo sapone, crema per il viso o per il corpo, ha delle proprieta’ sbiancanti per la pelle. Basta accendere la TV, per vedere la sfumatura di pelle preferita dalla societa’. Basta prendere uno smartphone filippino, in cui e’ stato incluso di defaultil filtro sbiancante in modo da rendere ogni foto piu’ accattivante sui social.


Se da un lato sarebbe bello ricondurre questa tendenza ad una sempliceo superficiale moda, dall’altro e’ difficile prescindere dall’elemento coloniale che ha attraversato questo paese per piu’ di quattrocento anni. Come se avere la pelle piu’ scura comportasse qualcosa di sbagliato, come se averela pelle piu’ scura comportasse obbligatoriamente l’esclusione e l’autoesclusione dalla societa’.

Maya dice che l’istruzione aiuta ad aumentare la sicurezza in se stessi:«Vedo la differenza tra l’ultima generazione e la mia. Noi purtroppo non abbiamo  avuto la possibilita’ di aprire per bene questa grande porta che e’ l’istruzione». I bambini indigenidella sua comunita’, infatti,frequentano la scuola e dopo alcune esperienze di bullismo iniziale, hanno visto crescere la loro integrazione, anche grazie all’ottimo lavoro svolto dalle insegnanti.


Maya, ha piano piano avuto il coraggio di uscire dalla sua nicchia di sicurezze, aiutata anche dalle esperienze promosse dalla Caritas di Capiz  tramite la creazione di un gruppo di auto-aiuto e dall’impegno di Fr. Pitbong.


Negli ultimi mesi infatti, la Caritas di Capiz (CASAC) ha facilitato la formazione di un gruppo di donne (Self-Help Group- SHeG)che si incontrano per condividere problemi e soluzioni e perauto-aiutarsi, anche grazie alla creazione di risparmio (Maya tiene i conti nel suo gruppo e rimprovera chi si assenta o non restituisce i pesos presi in prestito). Un gruppo ormai coeso, al quale prendono parte donne indigene e non, che hanno imparato quindi a conoscersi e a supportarsi a vicenda, abbattendo il solido muro del pregiudizio.

E’ molto importante anche lo sforzo compiuto da Father Pitbong nel cercare di far integrare Maya e la sua comunita’ all’interno dellaparrocchia. Da quando ha fatto costruire una piccola chiesa non lontano dalla casa di Maya, Father Pitbong non ha perso occasione per andarla a trovare,in modo da scambiare quattro chiacchiere con lei all’ombra del suo albero di mango. “Perche’ non ci venite a trovare in parrocchia? Vi aspetto domenica prossima!”. Maya all’inizio titubante si limitava ad annuire, scettica di tanta disponibilita’ e interesse.


Finche’ in una domenica assolata di non molto tempo fa, Father Pitbong vede fare timidamente capolino nella nuova chiesa Maya con suo marito e le sue due sorelle.


A partire da quella domenica, i muri dietro cui Maya e i menbri della sua comunita’ erano asserragliati, fatti di paure e un passato didiscriminazioni, hanno cominciato a sgretolarsi, lasciando spazio alla voglia di mettersi in gioco ed ad un nuovo muro: il muro del coraggio e della condivisione. Oggi gli Indigeni sono tra le persone piu’ attive all’interno della parrocchia. Oggi Maya cammina a testa alta. Oggi Maya non ha piu’ paura.