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Venerdì, 24 Novembre 2017 11:17

RIFLESSIONI HUANCAINE

Scritto da Valeria Soliano, CCP FOCSIV, Huancayo, Peru
Huancayo, Peru Huancayo, Peru CCP Focsiv
Non ho mai pensato fosse facile vivere in un paese a diecimila chilometri dall’Italia, ma ho sempre desiderato affrontare la sfida e pensato di potercela fare.


Abito sulle Ande a Huancayo, in Perù, da cinque mesi ormai. I primi tempi mi sentivo come una foglia d’autunno che viene trasportata dal vento a destra e poi a sinistra. Il vento era la novità. Osservavo, chiacchieravo, camminavo un po’ a caso per le strade della città perdendomi, assaporavo nuovi cibi e cercavo di tenere a bada i giudizi, che in queste occasioni prendono il sopravvento troppo facilmente. Il vento mi sollevava e mi sentivo felice e anche abbastanza privilegiata nello star facendo un’esperienza di questa portata. Quando il vento si è placato, però, mi ha fatto cadere. Quello che all’inizio mi stupiva e incuriosiva, improvvisamente mi sembrava un po’ pungente, aspro e difficile da interpretare. Allora mi sono dovuta ridimensionare e mettermi nell’ottica che quelle erano la città e le persone con cui avrei dovuto passare un intero anno. Sono caduta, dunque, ma sapevo che non avrei dovuto riniziare da capo, perché proprio le cadute permettono di rimettersi in gioco e di provare a trovare nuove prospettive da cui guardare la realtà.

La prima cosa che racconto sempre a chi mi chiede come va qui a Huancayo è che è molto difficile trovare un luogo silenzioso. Il clacson delle macchine, il latrato dei cani, i fischietti delle poliziotte, il botto dei fuochi d’artificio, il camion della spazzatura che suona canzoni folkloristiche alle sette di mattina, ti raggiungono ovunque, di giorno e di notte. Huancayo è poi una città estremamente inquinata, perché negli ultimi anni il numero di taxi è aumentato vertiginosamente e i combis (pullmini privati) sono quasi più delle persone e riempiono le strade con le loro urla “baja, baja, sube sube” “Chupaca, Chupaca, Chupacaaaa” e così via. Allo stesso tempo, però, ogni mattina apro la finestra e vedo le montagne in lontananza e il cielo azzurro con qualche nuvola soffice e sono felice di essere qui. Il sole di mezzogiorno, ancora per poco, in questo periodo scalda i corpi e mi mette di buon umore. Cammino per le strade e incrocio le donne vestite nei loro abiti tipici con il loro passo ondeggiante, lo sguardo sicuro e le trecce sempre in perfetto ordine unite nella parte finale da un piccolo nastrino nero.
Tutto questo fa gioire il mio cuore perché sono andata via dalla città per cercare una realtà diversa e un po’ più autentica rispetto a quella che vivo in Italia, stordita dal consumismo e dalla frenesia della gente. Questa è una zona dove ancora molte persone vivono con ciò che serve e ciò che è utile, senza fronzoli o troppo trucco e sono felici e ringraziano il Signore per quello che hanno.

PASSDIH (Pastoral Social de Dignidad Humana), l’organizzazione cattolica legata all’Arcivescovato di Huancayo dove lavoro è composta da tre commissioni: Penitenziaria, Ecologia e Diritti Umani. Sono tre commissioni distinte ma con un obiettivo comune: aiutare il prossimo promuovendo uno sviluppo umano sostenibile.
Io sono volontaria nella Commissione di Ecologia e sto vivendo un’esperienza lavorativa unica a contatto con luoghi e persone estremamente interessanti e uniche. In particolare, da Agosto abbiamo iniziato a lavorare su un progetto nel distretto di Morococha. Qui, infatti, l’arcivescovato ha preso in mano la gestione del conflitto socioambientale della cittá con l’iniziativa “Reinsediamento della popolazione di Morococha per il “Progetto minerario di Toromocho”. Situata nella provincia di Yauli, Morococha è una piccolissima città che sorge a fianco ad una miniera a cielo aperto di carbone, molibdeno e argento di proprietà cinese (Chinalco), costruita dal nulla su una laguna dalla stessa compagnia mineraria.


Qui in Perù l’attività mineraria costituisce la prima fonte di ricchezza del paese. Con la salita al potere di Fujimori negli anni ’90 e la sua politica neoliberale, questo settore è stato progressivamente privatizzato. Il che ha significato che, da allora, qualunque impresa straniera (e non) fosse stata interessata ad estrarre materie prime su suolo peruviano potesse farlo, pagando il cosiddetto canon minero, che nella maggior parte dei casi si riferisce ad una percentuale (che al 2013 è del 50% e che è distribuita in maniera differente a seconda dei livelli territoriali) di guadagno che lo Stato ottiene dallo sfruttamento e dalle rendite economiche delle risorse minerarie. Ad oggi si contano più di 100 aziende straniere occupate nell’estrazione di minerali. Il 40% degli investimenti proviene, nell’ordine, da Canada, Australia, U.S.A. Messico, Sud Africa, Cina, Svizzera, U.K., Lussemburgo, Italia. Su scala mondiale il Perù è il secondo paese per produzione di argento e il terzo per quanto riguarda lo zinco e lo stagno. Tuttavia, per quanto potenzialmente questa attività potrebbe essere benefica per il Paese e per tutti i suoi cittadini, porta con sé enormi debiti sociali e ambientali. Molti esperti hanno cercato di studiare come gli interessi delle compagnie minerarie possano convivere con quelli delle popolazioni locali, ma la verità è che a volte questi due livelli sembrano, e sono, estremamente inconciliabili.


Da questo nodo gordiano nasce la sfida di cui anche io sono parte come Corpo Civile di Pace: provare a cambiare prospettiva, lavorare con gli attori coinvolti per trovare vie alternative per un futuro sostenibile. D’accordo con l’esperienza che sto vivendo a Morococha, la maggior parte dei cittadini ha smesso di credere che la situazione possa veramente migliorare. I loro figli si stanno progressivamente ammalando, hanno nel sangue livelli altissimi di piombo e sono quasi tutti anemici. Questo nel lungo termine significa, tra le cose, importanti deficit cognitivi. Da ciò che ho potuto vedere, gli uomini qui lavorano quasi tutti nella miniera, con le risapute conseguenze a livello di salute che ne derivano e per le donne non ci sono possibilità lavorative conciliabili con la famiglia. A Morococha c’è una scuola elementare e una secondaria, non c’è un ospedale che si possa chiamare tale, non ci sono negozi se non qualche bottega e un solo ristorante e l’unico centro popolato vicino è La Oroya, quarto paese al mondo per livello di inquinamento. Le case che l’impresa cinese ha costruito dopo aver allontanato i cittadini dall’ “antica Morococha” per costruire la miniera, sono umide e fredde… e quando a Morococha cala il sole fa freddo sul serio. Morococha sembra una città fantasma e camminare per l’unica strada che esiste è abbastanza surreale. Tuttavia, ogni qual volta che vengo a lavorare qui, ciò che mi fa sperare che ci sia possibilità di sviluppo, sono i sorrisi gentili delle signore e delle ragazze, la gioia nell’accudire la propria prole, loro primaria ragione di vita, la loro seria consapevolezza dei problemi di Morococha, e, senza dubbio, le parole di sfogo di chi, nonostante tutto, si mette ancora in gioco.
A fine giornata tutto questo mi fa riflettere, oltre che sulla vita di queste persone, anche sulla mia di vita e mi rendo conto di come sia inevitabile, vivendo in Italia, non riconoscere o addirittura sottovalutare il valore di alcuni diritti fondamentali, finché non ci si scontra con la loro assenza da qualche altra parte nel mondo.

Sento che oggi il mio compito come Corpo Civile di Pace sia quello di infondere fiducia e proporre degli strumenti efficaci a queste persone e far capire loro che i veri motori di uno sviluppo sostenibile sono e devono essere loro. Inoltre, sono convinta che la necessità di sospendere il giudizio, in questi casi, non vada confusa con la possibilità di proporre delle ipotesi. Queste ultime non rappresentano, infatti, soluzione definitive, bensì possono rivelarsi strumenti fondamentali per comprendere le situazioni, pronti ad essere messi in discussione ogni qual volta sia necessario. Come esseri umani abbiamo necessità di dare un senso alle esperienze, di incasellarle e provare a dar loro un nome. Per capirle. Il tutto, però, rimanendo flessibili.
Posto questo, immersa come sono oggi in una cultura differente, ci sono alcune esperienze a cui so che non sarò in grado di dare un nome. Così, rimango nel beneficio del dubbio e mi ripeto che trarre conclusioni affrettate e definitive, sebbene possa sembrare più semplice, sarà sempre fuorviante e poco professionale, sia oggi che, forse, tra un anno.  


Per saperne di più sul Canon Minero

Per approfondire la situazione sanitaria, vedi la sezione “Estadìstica” del sito del ministero della salute peruviano



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