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Venerdì, 15 Luglio 2011 00:00

Un palcoscenico su cui costruire la propria libertà

Scritto da C.C. - Casco Bianco nei Territori Palestinesi
La locandina dello spettacolo "Alice nel Paese delle Meraviglie", messo in scena dal Freedom Theatre, Jenin La locandina dello spettacolo "Alice nel Paese delle Meraviglie", messo in scena dal Freedom Theatre, Jenin Foto di C. C., 2011
Il tragico omicidio di Juliano, anima del Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin, è l'occasione per ripercorre la storia del teatro e raccontare la spinta alla libertà trasmessa dall'arte

I cinque giovani attori prendono posto nel piccolo palcoscenico dell’Aic Cafè, a Beit Sahour, si guardano intorno e iniziano a parlare. Cadenzati, uno alla volta, si passano voce e parole quasi come se si trattasse di una nuova rappresentazione teatrale. Ma stavolta non è finzione, è realtà; non ci sono state prove, le emozioni si improvvisano. Raccontano di Juliano, padre-maestro, e di cosa è stato il Freedom Theatre per loro e per il campo profughi di Jenin.

Scena dello spettacolo

Qualche settimana fa è andata in scena l’ultima rappresentazione di “Alice in Wonderland”. Decine e decine di giovani e di famiglie affollavano il teatro costruito nel cuore del campo, mentre Alice volava nel Paese delle Meraviglie e incontrava un popolo di bizzarri personaggi alla ricerca della libertà dall’oppressione della Regina Rossa. C’era un agile Brucaliffo che si arrampicava sopra la scena e sibilava sinistro, c’era un energico Stregatto un po’ buono e un po’ cattivo, c’era un liberatorio Cappellaio Matto che danzava sulle note dei Queen e una Regina che ballava scatenata sul palco.

Pochi giorni dopo, il 4 aprile, cinque colpi di pistola di fronte al suo teatro hanno ucciso Juliano Mer-Khamis, direttore e anima del Freedom Theatre di Jenin. Un uomo con il volto coperto fugge, Juliano resta a terra. E la magia del teatro, dei colori, delle luci, del sipario che si apre, scompare. Scompare in un lampo l’idea che l’arte possa salvare un campo profughi, che la creatività possa essere la miglior forma di liberazione da uno stato perenne di oppressione mentale e fisica.

Eppure è stato così per tanto tempo. La storia comincia molti anni prima, nel 1986, durante la Prima Intifada. Ce la racconta Mustafa, giovane palestinese nato e cresciuto nel campo profughi di Jenin e tirato su a pane e teatro.  In mezzo ai durissimi scontri tra palestinesi e israeliani, una signora ebrea nata in America e cresciuta a Gerusalemme decide di fare un balzo al di là della Linea Verde di separazione tra i due popoli: andare a vivere a Jenin, nel pieno dei Territori Palestinesi. La gente la osserva con curiosità e sospetto: un’israeliana qua a Jenin? È una spia o è una pazza. Ma la signora Arna tiene duro, inizia a farsi amare e rispettare. E alla fine costruisce un teatro. In pochissimo tempo, quell’edificio che sembrava così superfluo in una città in cui mancavano ospedali e scuole, diventa il cuore pulsante del campo profughi. I bambini e i ragazzi palestinesi prendono d’assalto la scuola di recitazione, organizzano spettacoli, prima semplici poi via via sempre più complessi. Scoprono un modo per esprimere se stessi e i propri sogni, per volare al di là di quel campo profughi troppo stretto per sentirsi liberi di creare.

Juliano, anima del Freedom Theatre, al lavoro con dei bambiniIl teatro vive fino alla metà degli Anni Novanta, quando Arna viene portata via dal cancro. Il sipario si chiude, di lì a poco scoppia la Seconda Intifada. Nel 2002 il campo palestinese di Jenin viene raso al suolo dai bulldozer israeliani: in dieci giorni di attacco ininterrotto, i cecchini sparano a vista sulla folla, mentre gli aerei lanciano bombe sulle abitazioni. Le famiglie si rifugiano nelle case, terrorizzate: scelgono una stanza in cui nascondersi sperando che non sia la prossima ad essere colpita. I bambini trascorrono giornate intere accanto al padre ucciso, impossibilitati ad uscire fuori. Dopo dieci giorni, l’attacco cessa: per la strada solo macerie. I sopravvissuti vagano per le strade come zombie, tra i cadaveri di amici e parenti. Ma lo choc maggiore è quello dei bambini. Disimparano a giocare, non sorridono e non disegnano più, l’unica modalità di comunicazione tra loro sembra essere solo la violenza. Finché Juliano, il figlio di Arna, decide che è l’ora di intervenire per ridare loro una speranza.

È il 2006: il Freedom Theatre riapre i battenti. Da allora sono decine e decine i bambini e gli adolescenti passati per i corsi di teatro e recitazione: dal 2008 qua è nata la prima Scuola per Attori dell’intera Palestina, tre anni di corsi per i futuri professionisti del palcoscenico; qua si organizzano attività di arte drammatica per aiutare i ragazzi a non temere di esprimere se stessi e le proprie pulsioni.

Ora Juliano è stato ammazzato. Il teatro non appare più come l’isola felice del campo profughi. Metà israeliano e metà palestinese (il padre, Saliba Khamis, è stato tra i leader del partito comunista palestinese negli anni ’50), Juliano era una figura controversa, odiata e amata. Il suo impegno nel Freedom Theatre e la sua intransigenza artistica lo avevano portato a rappresentare spettacoli poco tradizionali, che non sempre piacevano alle ali più estremiste presenti nel campo. In tanti anni di spettacoli e show, non sono mancate minacce più o meno dirette: dopo la rappresentazione de “La fattoria degli Animali” in cui Abu Mazen e gli alti membri dell’Autorità Palestinese erano impersonati da dei maiali, la porta del teatro era stata data alle fiamme. Scena dello spettacolo Alle minacce Juliano rispondeva sereno: “Quale altra possibilità abbiamo? Fuggire? Io non sono un uomo che scappa”.

Ma i giovani attori seduti all’Aic Cafè non hanno dubbi. Il Brucaliffo prende la parola, la voce è rotta: “Per la gente del campo, è stato scioccante semplicemente vedere attori in scena, con trucco e vestiti mirabolanti, vederli volare e saltare tra le luci del palcoscenico. Questo basta a far nascere il dubbio, a muovere le coscienze, a spingere le persone a porsi delle domande”. Perché, come diceva Juliano, la cosa davvero difficile non è educare gli attori, ma il loro pubblico.

Sapevamo che la rivoluzione culturale che volevamo portare con il Freedom Theatre avrebbe richiesto sangue, dolore, lacrime, – dice Alice – lo sapeva anche Juliano. Ma non abbiamo un’altra via da seguire”. Il Cappellaio Matto prova a sorridere: “Juliano non è morto, vive in noi. È impossibile pensare di abbandonare il teatro. È il nostro sangue, è la nostra vita. Andremo avanti, con spettacoli anche più pericolosi. Non abbiamo altro, abbiamo solo il Freedom Theatre”.