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Giovedì, 22 Dicembre 2016 09:08

Alla ricerca di un’altra generosità

Scritto da Stefano Campobasso, Casco Bianco Apg23 ad Astrakhan, Russia
Lo 'zio' Evgenij insieme alla piccola Alina, Astrakhan, Russia Lo 'zio' Evgenij insieme alla piccola Alina, Astrakhan, Russia CB Apg23
Andrej, Alina, il vecchio mussulmano e lo 'zio'  Evgenij: quattro persone ed una frase - dello scrittore F. Burdin - colpiscono Stefano, che condivide con noi questa personale e profonda riflessione sulla generosità.

Non si riceverà mai tanto aiuto dalla generosità altrui quanto se ne ottiene dalla altrui vanità

Ho sempre avuto un difficile rapporto con la ‘generosità’ e l’importanza che tale concetto dovrebbe avere nella vita di tutti i giorni. Ho sempre legato questo concetto alla combinazione di due fattori determinanti: un certo livello di empatia da un lato e una particolare forma di egoismo innato e inevitabile dall’altro, elementi che portano gli esseri umani a fare qualcosa per qualcuno poiché spinti da un sentimento di malessere che però non possono o non vogliono sopportare. E che, quindi, devono eliminare per sentirsi meglio. Nella mia visione, quindi, le persone manifestano un certo livello di generosità per spegnere un dolore che appartiene a loro stessi e non alla persona che hanno davanti. E’ sicuramente un’interpretazione cinica e pessimistica ma comunque giustificabile con la necessità di autopreservazione, anche emozionale, caratteristica di tutti coloro che provano dei sentimenti, vivi da un punto di vista emotivo per loro fortuna. La generosità così intesa è pur sempre, quindi, segno di umanità.

In questo primo mese di servizio civile sono entrato in contatto con situazioni e persone che mi hanno portato a una riflessione più ampia e profonda intorno alla generosità. E non parlo solo di quelle relative al contesto che sto vivendo in prima persona in Russia, ad Astrakhan, ma anche di impressioni che sono state trasmesse (a volte pubblicamente, altre in confidenza) soprattutto attraverso testimonianze, frasi e immagini provenienti da persone che hanno scelto di intraprendere un cammino di condivisione simile o uguale al mio in altri contesti più o meno complessi in giro per il mondo.

Molteplici contesti e diversi modi di vivere queste esperienze hanno avuto come effetto secondario quello di creare una certa confusione dentro di me. Mi sono dunque chiesto nuovamente ‘alla luce di ciò che sto osservando e ascoltando, cos’è (diventata) la generosità? da cosa scaturisce la generosità delle persone?’ Ho pensato di cercare una risposta partendo dalla fonte più ricca, quella in cui la gente ordinaria come me trova tutto ciò di cui ha bisogno, dalle cose serie alle cazzate, da quelle utili alle superflue: il web.

L’amato google mette in evidenza la definizione di generosità secondo l’enciclopedia Treccani: ‘Nobiltà d’animo che si manifesta soprattutto come altruismo, disinteresse, prontezza al sacrificio e al perdono, ecc.’ Non mi soddisfa, le parole ‘disinteresse’ e ‘sacrificio’ nella mia testa cozzano l’una con l’altra, non riesco a capire come qualcuno possa fare un sacrificio in maniera disinteressata. Ogni sacrificio ha un fine, penso dentro di me, pur ammettendo i miei limiti di comprensione e interpretazione. Non può non esserci un interesse. La generosità è ‘nobiltà d’animo’, quindi. Definizione vaga. Cerco in altri dizionari on-line, ma le definizioni sono tutte simili e richiamano non tanto il concetto di generosità, ma i modi in cui si può manifestare. Capisco che devo evitare il vortice semantico poiché potrebbe rigettarmi a sua volta verso altre ricerche relative alle definizioni delle forme di manifestazione della generosità. Una ricerca senza fine e senza senso.

Penso di essere riuscito in questo mese non tanto a dare una definizione di generosità, quanto a riconoscere questa ‘nobiltà d’animo’ nelle azioni, nelle attitudini e nelle parole di alcune persone. E’ la realtà di tutti i giorni quindi che mi ha avvicinato alla generosità e che rappresenta il vero punto di partenza della mia ricerca. Sono tre gli esempi che penso di aver osservato e che mi hanno in qualche modo ispirato e anche emozionato.


AstrakhanL’anziano musulmano
Il primo riguarda un signore senza fissa dimora che quasi tutti i giorni, seduto sul marciapiede di un ponte di Astrakhan, chiede qualche rublo ai passanti per poter sopravvivere. E’ mussulmano, ha visto ormai parecchie primavere, ha tratti e lineamenti più mediorientali, una lunga barba grigia che lo distingue dalla maggior parte dei russi, perfettamente rasati.  Il giro per le strade del centro due volte a settimana per dare del cibo e del tè caldo ai senzatetto è una delle attività del mio progetto di servizio civile. Un giorno particolarmente freddo, durante il nostro giro, ci avviciniamo a questo signore per dargli del tè caldo. Lui, sempre seduto per terra, indica una signora sul marciapiede opposto, raggomitolata su se stessa per il freddo, e ci chiede di andare da lei e darle qualcosa di caldo da bere perché ne ha più bisogno. Un pensiero per chi come lui soffre, forse di più, la condizione di senza fissa dimora. Cosa ci guadagna lui? Lei non ha visto il gesto di quest’uomo, che non riceverà quindi neanche un grazie. Una lettura cinica di questo gesto suggerirebbe che dando precedenza a una persona che chiede soldi nella stessa zona e permettendole, quindi, di rimanere là più tempo grazie al tè caldo, ha favorito la sua permanenza su quello stesso ponte, privandosi così di potenziali donazioni dei passanti. Tale decisione, quindi, non solo non risulterebbe disinteressata ma andrebbe anche contro l’interesse dell’uomo.


Andrej ed Alina
Secondo e terzo caso sono legati tra di loro. Ad Astrakhan vivo in una casa dell’Associazione Papa Giovanni XXIII che ospita anche tre bambini di diverse età. Il più piccolo si chiama Andrej, è al primo anno di scuola, sembra avere energie infinite, non ha paura di niente, ama particolarmente giocare a Monopoli e barare nella conta delle banconote finte del gioco da tavola. Un giorno conosce un bambino e una bambina vicino a casa e si rivolge alla ‘zia’ Mirella, la responsabile della casa, dicendole: ’questi due bambini hanno freddo e fame, facciamoli entrare’. Lo spirito di accoglienza e la richiesta di offrire aiuto che vengono da un bambino di sei anni ai miei occhi risultano un gesto spontaneo di una bontà infinita. E a questi due bambini, che ormai sono diventati compagni di gioco regolarmente presenti in casa e che ogni volta che ci fanno visita mangiano come se non ci fosse un domani, è legato il terzo episodio.
Dima, dieci anni, è un bambino che si prende cura di Alina, tre anni. Non è sua sorella, ma sua nipote, cioè la figlia di una delle sorelle maggiori. La loro presenza a casa nostra è dovuta alle giornate nelle quali i due vengono abbandonati a loro stessi, chiusi fuori casa al freddo, tra fango e neve, per ore e ore, e a una complicata situazione familiare come tante ce ne sono in contesti di povertà in Russia e non solo.
La piccola Alina sta cominciando a parlare in questa fase della sua vita, capisco profondamente le difficoltà che incontra nell’apprendimento di una lingua così difficile come il russo. Lo ‘zio’ Evgenij è un ex senzatetto che vive con noi e che a causa della sua disabilità (gli sono state amputate dita di mani e piedi) si sposta lentamente per casa trascinandosi da seduto per terra. Un giorno, mentre Evgenij si dirige verso il bagno, la piccola Alina si avvicina senza dire niente, si arrampica con le sue manine fino alla maniglia della porta, la apre, aspetta pazientemente che lo ‘zio’ entri e poi la chiude. Si legge stupore negli occhi di coloro che hanno assistito alla scena. Una bambina di tre anni, estranea al nostro ambiente, ha capito le difficoltà di un uomo diversamente abile e ha offerto spontaneamente aiuto, un gesto di altruismo che tuttora mi lascia senza parole ogni volta che cerco di ricordarlo. E sempre Alina, pochi giorni fa, seduta al tavolo nel salone, sbuccia un mandarino, mi guarda negli occhi, lo divide e me ne regala la metà. Avrà letto nel mio sguardo i miei tormenti interiori? Avrà pensato di addolcirmi con un po’ di frutta? Grazie, piccola Alina. Per il mandarino e per l’ispirazione.

Ripenso alle motivazioni che hanno spinto me ed altri a fare richiesta per il servizio civile. Mi vengono in mente ‘la condivisione’, la voglia di ‘aiutare il prossimo’ o di avere un impatto positivo, tutte espressioni di altruismo. Ma ricordo anche espressioni trite e ritrite come ‘crescita personale’, ‘voglia di mettersi in gioco’, ‘imparare una nuova lingua’, il famoso ‘interesse per una nuova cultura’, tutti riflessi di obiettivi personali che mirano a un’evoluzione del potenziale volontario.


Sono andato all’estero, spesato e ‘rimborsato’
Sono consapevole del fatto che se avessi voluto impegnarmi attivamente per aiutare il prossimo, avrei potuto trovare vari programmi in diversi ambiti a pochi metri da casa. Sono stato anche contattato direttamente da un’organizzazione regionale che, prima che io potessi leggere il bando del Servizio Civile, mi ha offerto un programma in una struttura per disabili, dato che non avevano ricevuto abbastanza candidature. C’è sempre in Italia, quindi, la possibilità di fare qualcosa di buono per gli altri. Eppure sono andato all’estero. Spesato e ‘pagato’. Anzi, rimborsato, ufficialmente. Mi rendo conto che non avrei accettato un progetto se non avessi visto la possibilità di raggiungere un miglioramento della mia persona sotto l’aspetto delle competenze linguistiche, delle esperienze e della crescita personale. ‘E se metto via qualche spicciolo, tanto di guadagnato’ avranno pensato molti Caschi Bianchi. E’ una generosità con delle condizioni. Condizioni che il signore senza tetto con la barba grigia, quel furbetto di Andrej e la piccola Alina, non hanno mai avanzato né immaginato prima dei loro splendidi gesti. Riesco grazie a loro ad osservare manifestazioni di bontà spontanea. Sono io il primo ad essere grato nei loro confronti per avermi mostrato che la generosità può essere davvero disinteressata. Loro fanno parte della mia crescita personale, loro mi hanno mostrato qualcosa che non avevo ancora osservato in passato.


La gara a colpi di ‘mi piace’
Non è la prima volta che mi impegno in attività pensate per aiutare il prossimo. Non ho mai sentito l’esigenza di raccontare ciò che ho fatto per gli altri. E alla fine, a dire il vero, in queste poche righe, della mia attività nell’ambito del progetto non se ne parla più di tanto. Non ho mai amato particolarmente i social network, ma riconosco la loro utilità per rimanere in contatto con persone che vivono a centinaia di chilometri di distanza. Ad ogni nuova esperienza nella vita corrisponde un turbinio di richieste di amicizia su Facebook che rimpolpano la collezione di volti più o meno noti e cari dei nostri profili. Vedo persone che raccontano le loro esperienze di volontariato attraverso foto, pensieri, video,…e cerco di capire perché io non sento questa esigenza di far conoscere al mondo, a persone che magari ho visto una volta in tutta la vita, le mie gesta in Russia. Tutto ciò mi ha dato lo spunto per un’altra riflessione più profonda sulla vera origine, sul carattere delle nostre opere di generosità. Sento che sto facendo qualcosa di buono in questo paese eppure sento di essere ben lontano dal potermi definire ‘generoso’, se per generosità intendiamo quella degli episodi raccontati in precedenza. Si alternano sul mio monitor foto di volontari nei ristoranti, utenti nei loro relativi progetti, gite fuori porta, spiagge soleggiate di mezzo mondo e persone che soffrono per strada, queste ultime il più delle volte ridotte a semplici ritratti in quantità dozzinale che, ripetendosi in continuazione sulla mia bacheca, quasi fossero trofei da mettere in mostra, privano i loro soggetti della loro umanità e dignità. Non trovo differenze tra coloro che condividono tutti i giorni le foto delle loro creazioni culinarie e coloro che ostentano la loro attività di volontariato sui social. Avevo bisogno di una frase per dare espressione alle idee e alle sensazioni che mi ribollono il cervello da anni e anni ogni volta che apro Facebook: “Non si riceverà mai tanto aiuto dalla generosità altrui quanto se ne ottiene dalla altrui vanità”. Un gesto d’aiuto rimane pur sempre un gesto d’aiuto. E come tale viene apprezzato da chi ne ha bisogno. Ma leggo in alcune testimonianze altrui il vanto di poter interpretare il ruolo del buon samaritano, la polarizzazione tra utenti e volontari, la superficialità nelle origini delle loro buone azioni. Una gara a colpi di ‘mi piace’. La ricerca di un altro complimento da aggiungere ai tanti che già si possono leggere nella lista dei commenti a un post. Ma quanto può durare questo tipo di generosità? Cosa succede quando viene saziato lo spirito divoratore di like su Facebook? Quanta importanza avrà il mandato del Casco Bianco una volta esauriti questi mesi all’estero? Quanto saremo generosi nella vita di tutti i giorni, nelle realtà urbane o di provincia, lontani da contesti esotici ed entusiasmanti?

Non ho una risposta, ma provo sensazioni contrastanti e non del tutto positive. Temo che in certi casi l’entusiasmo possa diminuire, che la vanità possa essere soddisfatta e che le azioni di aiuto si esauriscano con loro. Le persone che entrano nelle nostre vite in questi mesi meritano di essere più di un ritratto, più di un soggetto delle nostre testimonianze, più di una finestra sui nostri meriti umanitari. Vorrei solo che al mondo ci fossero più bambini come Andrej, più vicini di casa come Alina e più sconosciuti come il vecchio mussulmano del ponticello di Astrakhan.