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Martedì, 02 Maggio 2017 11:39

The hidden city

Scritto da Chiara Capacchietti, Casco Bianco Apg23 a Den Bosch, Paesi Bassi
S-Hertogenbosch, Paesi Bassi, foto di Chiara Capacchietti S-Hertogenbosch, Paesi Bassi, foto di Chiara Capacchietti CB Apg23
Sascha e Renee sono due ex senza fissa dimora, ed hanno ideato un particolare giro turistico di Den Bosch - s-Hertogenbosch - città dei Paesi Bassi dove Chiara sta svolgendo il suo anno di servizio civile come Casco Bianco: un tour che coinvolge personalmente e fa riflettere.

Ci siamo dati appuntamento davanti alla San Vincentius alle tre con Sascha e Renee di un lunedì di marzo. Loro, ex senza fissa dimora, occasionalmente fanno delle visite guidate un po’ particolari per la città di ‘s-Hertogenbosch. Mostrano, a chi lo desidera, la vita della città, i suoi angoli e vie nascoste con gli occhi di un senza tetto. Il tour guidato si condensa di particolari storici, piccoli dettagli del medioevo e della storia recente che si possono scorgere solo con un occhio più attento, insieme alla storia personale di questi due ragazzoni: vita di strada, di freddo, di umiliazione, di fame, di case occupate.

 

La prima tappa è all’inizio di una via raccolta, con dei locali un po’ ricercati, con tavolini, stufette e divanetti sulla strada. Ci sediamo sulla panchina, Sascha ci immerge subito nel cuore del tema principale: non avere un riparo. “Immaginate di essere qui, seduti, avete freddo e avete fame. Pochi metri più in là ci sono dei giovani, vostri coetanei, che possono bere qualche birra, mangiare qualcosa di caldo, affianco al tepore di una stufa elettrica, chiacchierando allegramente in compagnia. In quel momento, non solo ti senti distante per i bisogni di fame o sete o freddo, ma anche nel poter socializzare con gli altri, avere una vita normale a vent’anni, condita di uscite con gli amici”. E già capisci che sarà un tour che ti lascerà qualcosa, non solo perché ti farà riflettere, ma anche perché queste persone si aprono per raccontarti un loro pezzo di vita, di cui in quel momento ti rendono partecipe.


Sascha ha 46 anni, è finito in strada quando era un ragazzo, ha trascorso il periodo successivo fra una casa occupata e l’altra. Attualmente, lavora presso l’SOS come volontario, il luogo dove svolgiamo noi Caschi Bianchi il progetto esterno. Si tratta di un negozio di seconda mano, in cui sono inserite persone cosiddette “lontane dal mercato del lavoro” a causa di problematiche di vario genere: dalla tossicodipendenza all’alcolismo, dalla disabilità mentale all’indigenza e così via. Sascha, oltre tutto, è anche il nostro insegnante di olandese, meticoloso, non sempre costante, ma attento e paziente con la nostra confusione. Renee, sulla quarantina, lavora presso la San Vincentius, negozio dell’usato ma anche ristorante sociale per persone con poca disponibilità economica. È finito per strada a causa di conflitti con la famiglia, oltre ad aver esperito dei ricoveri psichiatrici. Occasionalmente, Renee, Sascha e un altro ex senza fissa dimora organizzano questi tour guidati della città nascosta e, a loro dire, puoi fare il giro con ognuno dei tre e potrai avere delle esperienze sempre diverse, condite dai fatti peculiari della storia personale di ognuno.


Foto di Chiara CapacchiettiIl tour continua, fortunatamente oggi è una bella giornata, un po’ fredda ma c’è il sole. I ragazzi ci mostrano una scalinata di una chiesa usata come luogo di ritrovo, in cui insieme ad altre persone nella stessa condizione passavano un po’ di tempo insieme, nel rispetto della quiete urbana, tanto che la polizia chiudeva un occhio di fronte a questi raduni. Intanto, passiamo davanti alla cattedrale di Sint Jan e Sascha ci fa notare un particolare decorativo: uno degli angeli che ornano la parte esterna della chiesa è al telefono e fino a poco tempo fa c’era una cornetta vicino al cancello con cui lo si poteva chiamare.

Ci mostrano poi un teatro dove a Natale si organizza un evento per i senza fissa dimora, in cui si regalano dei pacchi e si offre un pasto caldo. In seguito, ci inoltriamo nelle viette interne: nonostante siamo sempre nel centro, a volte sembra proprio di perdere l’orientamento. Ci ritroviamo in vicoli deserti, silenziosi, pieni di particolari storici: Sascha ci indica che quella è la finestrella attraverso la quale venivano date le medicine alle persone indigenti al di fuori delle mura; quella la piazza dove i nobili organizzavano il banchetto per i poveri per svolgere della carità e assicurarsi un posto in paradiso; quello, che oggi è il negozio di scarpe, era anticamente il carcere della città.

Per una persona senza fissa dimora è importante sapere dove sono le fontanelle dell’acqua e avere un piccolo riparo per la notte. Sascha ci ha raccontato come soleva rintanarsi in una piccola stradina privata a cui si può accedere tramite un cancello, ovviamente chiuso agli estranei, ma lui riusciva a sorpassarlo grazie ad un pertugio tra la sbarra e il muro. I condomini non hanno però gradito la cosa, per cui dopo qualche tempo sono stati piantati dei chiodi sporgenti sul muro per chiudere il passaggio. Ad esser sinceri, sono dei dettagli a cui non si fa caso: chiodi poco visibili su un muro che pensi possano servire a qualche scopo, non ad impedire l’accesso ad una persona. Mi viene da riflettere come oggi viviamo talmente nella paura del diverso e dello sconosciuto che ci chiudiamo all’altro, dando spazio al pregiudizio che quel senzatetto sarà sicuramente pericoloso e di malafede, visto che non ha di dove vivere. Ci dimentichiamo che chi abbiamo di fronte potrebbe star vivendo un periodo della sua vita particolarmente difficile, di cui probabilmente non riusciamo nemmeno ad immaginare l’intensità. Con ciò non voglio promuovere una fiducia incondizionata, ma piuttosto il piacere di incontrare e conoscere l’altro, di aprirsi a dei modi di vivere differenti.


Foto di Chiara CapacchiettiAbbiamo interrotto il nostro tour con una piccola pausa in un caffè della piazza dietro la cattedrale. Abbiamo chiacchierato insieme della condizione economica e sociale dei due paesi, Olanda e Italia, e abbiamo spiegato meglio il nostro progetto: Sascha e Renee erano molto interessati a comprendere la nostra attività, le nostre motivazioni e intenzioni.


Verso la fine della visita ci troviamo in fondo alla via del corso principale, dove è situata la struttura di Inloopschip: è un dormitorio per senza fissa dimora, i quali, pagando una cifra di 5€, possono assicurarsi una notte al caldo. Nonostante non sia un posto ambito per un senza fissa dimora, in quanto si tratta pur sempre di un dormitorio, è in ogni caso un punto di partenza attraverso il quale essere riagganciati ai servizi del territorio. È anche tramite gli operatori di Inloopschip che arrivano delle richieste di accoglienza nella nostra casa famiglia.


Siamo giunti alla fine del nostro pomeriggio, salutiamo Renee e Sascha e continuiamo a ringraziarli per la loro disponibilità. Sono state due ore davvero intense e particolari: la mia testa è piena di informazioni, di immagini ed emozioni. Un pomeriggio splendido passato insieme, denso di riflessioni e di domande, facilitato dalla loro grande apertura a rispondere a tutte le nostre curiosità. Sono sempre colpita da persone che hanno un vissuto del genere, perché hanno tanto da raccontare e da trasmettere e questo progetto, The hidden city, è sicuramente una forma originale per farlo.

 

Per approfondire:

Sos Rommelmarkt:

Il negozio si occupa del reinserimento lavorativo di persone lontane dal mercato del lavoro, fornendo un ambiente accogliente, utile per recuperare quelle competenze sociali necessarie per mantenersi un lavoro, riattivare relazioni interpersonali perse o danneggiate, imparare delle abilità.


Inloopschip:

Dormitorio per senza fissa dimora dove sono ospitate circa venticinque persone, con una sezione a parte per le donne. Durante i mesi più freddi, tuttavia, si cerca di dare un riparo a più senzatetto possibile oltre il numero di posti prestabilito. La soglia dell’emergenza freddo scatta quando ci sono 0 gradi. Prima di essere situato in un edificio vero e proprio, inizialmente questo progetto prevedeva l’accoglienza su una barca (da cui il nome), attraccata in uno dei canali che attraversano la città di ‘s-Hertogenbosch.