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Martedì, 12 Settembre 2017 07:38

Zucchero anti-pregiudizi, Berat ha fatto l’impresa

Scritto da Valentina Lappi, Casco Bianco con Caritas Italiana a Pristina, in Kosovo
*da Italia Caritas di Aprile 2017 *da Italia Caritas di Aprile 2017 CB Caritas Italiana
In Kosovo le persone con disabilità (molte anche a causa delle ferite della guerra) vivono spesso discriminate. Le leggi per affermare i loro diritti non mancano, ma restano inapplicate. Alcuni progetti, come Step di Caritas, provano a invertire la tendenza


I diritti inalienabili delle persone con disabilità, stabiliti da un’apposita Convenzione delle Nazioni Unite, sono alla base delle leggi di settore attualmente vigenti in Kosovo. Ma l’applicazione di tali norme è spesso parziale e imprecisa. E così, le persone con disabilità che risiedono nel paese balcanico, molte delle quali portano su di sé i segni inferti dalla guerra civile degli anni Novanta, sperimentano una situazione di crescente vulnerabilità e discriminazione.
Difficile, per loro, realizzarsi nel mondo del lavoro, instaurare relazioni di valore, emanciparsi dal sostegno familiare, vivere in definitiva una vita indipendente.
Nel 2013 il governo di Pristina ha approvato la Strategia nazionale per i diritti delle persone con disabilità, un piano di azione decennale, che avrebbe dovuto garantire percorsi di assistenza, emancipazione ed inclusione alle circa 200 mila persone con disabilità che si calcola vivano nel paese balcanico, e che però per molti motivi è rimasto sulla carta. Lo conferma il Progress Report riferito al Kosovo per il 2016 (ovvero il documento che ogni anno viene pubblicato sui progressi compiuti dai paesi candidati a entrare nell’Unione europea, o per i potenziali candidati come il Kosovo).
Le persone con disabilità vivono spesso in condizioni di marginalità, per lo più confinate tra le mura domestiche, spesso con la famiglia come unica forma di assistenza. Nel 51% dei casi i caregiver sono i genitori, naturalmente in buona parte donne (secondo una ricerca del 2014, il 90% delle donne kosovare affermava di non avere un impiego e di non considerarsi spendibili nel mondo del lavoro perché i servizi all’infanzia scarseggiano o sono troppo costosi, e un ulteriore 6% dichiarava di non lavorare perché i servizi di assistenza per persone anziane, malate o con disabilità non sono disponibili).


Anche la scuola esclude
La realizzazione personale e l’assegnazione di un posto di lavoro sono spesso tappe impossibili nella vita di una persona con disabilità in Kosovo: molte sono le forme di pregiudizio ed esclusione che legislatori, datori di lavoro, colleghi e società in generale riservano a chi è portatore di una diversità fisica, intellettuale o psicologica.
Vengono negati diritti elementari (come quello ad avere un colloquio di lavoro), gli spazi di partecipazione sociale sono scarsi, i piani pensionistici confusi, inefficaci e insufficienti (sino a scelte incomprensibili, come quella del ministro del lavoro e delle politiche sociali, che nel 2013 ha escluso dal sistema pensionistico mille persone affette da sordità). Un’indagine pubblicata nel 2012 (Opm Broad Survey, condotta dal ministero per le pari opportunità in collaborazione con l’Undp) aveva rivelato che le persone disabili dichiarano di vivere limitazioni riguardanti per il 59% il lavoro, il 39% l’educazione e il 31% la partecipazione alla vita sociale. Poi ci sono le barriere architettoniche, ancora troppo numerose: il 41% degli intervistati dall’indagine del 2012 reputava le infrastrutture pubbliche kosovare non sufficientemente attrezzate e il 51% affermava di avere difficoltà nell’accedere ai mezzi pubblici di trasporto.
Anche il sistema educativo non è preparato a ricevere e dare sostegno ai bambini con bisogni speciali. Il 39% degli intervistati nell’ambito dell’Opm Broad Survey reputava l’educazione la seconda maggiore difficoltà che le persone con disabilità in Kosovo devono affrontare, con l’aggravante della disparità di genere: il 33% delle donne intervistate non erano mai state iscritte a scuola, contro il 23% degli uomini. La mancanza della diagnosi precoce è un altro aspetto delicato: il 68% dei partecipanti all’indagine affermava di non aver ricevuto, prima di iniziare la scuola, alcuna valutazione delle potenzialità
cognitive e fisiche.


Qualcosa in più di una donazione
In Kosovo vige una legge riguardante la tutela del diritto delle persone con disabilità a inserirsi nel mondo del lavoro. L’articolo 1 specifica che “ogni datore di lavoro ha l’obbligo di assumere una persona con disabilità ogni cinquanta dipendenti”. Ma secondo il difensore civico stabilito da Unmik, la missione Onu in Kosovo, questo aspetto della norma non viene mai applicato. Non mancano i tentativi di sovvertire una situazione apertamente discriminatoria. Step (progetto finanziato dall’Unione europea, condotto da Caritas, dall’associazione Handicos e dal Centro kosovaro di auto mutuo aiuto) ha per esempio favorito l’assunzione di quattro persone con disabilità da parte di altrettanti imprenditori locali. Sokhol, 27 anni, ha potuto cambiare vita grazie a Goniplast, azienda che produce elementi in Pvc per l’industria edile. Il proprietario, Muhamet Hasanramaj, è un giovane dal largo sorriso, e consapevole delle situazioni di estrema povertà e degrado in cui molte persone versano oggi in Kosovo, spesso a causa della loro disabilità, non ha perso l’occasione offerta dal bando per fare qualcosa di più di una semplice donazione. E non se n’è pentito: Sokhol è un giovane molto estroverso, che ama scherzare; in Muhamet e nella sua squadra ha trovato compagni perfetti per essere se stesso e strappare a tutti una risata.
Del resto, il 43% degli intervistati dall’Opm Broad Survey aveva manifestato interesse a sviluppare le proprie capacità, partecipando a corsi di orientamento lavorativo e impegnandosi attivamente nella ricerca di un impiego. Ma il 59% sosteneva che la propria disabilità comprometteva le possibilità di trovare un lavoro, anche perché tutti ritenevano che i datori di lavoro, nei settori pubblico e privato, non fossero realmente intenzionati ad assumere persone con disabilità.

Anche Berat si è trovato spesso ad affrontare questo genere di discriminazioni quando ha iniziato la sua produzione di bustine per zucchero, dopo una laurea in giurisprudenza e cinque anni alle dipendenze della municipalità di Istog che non gli erano valsi sufficienti referenze per continuare la sua carriera nel settore pubblico. Allora, con la massima precisione e una lungimiranza imprenditoriale insolita, Berat ha iniziato a organizzare la sua attività in maniera meticolosa, e oggi impacchetta lo zucchero per 13 locali (bar, hotel, ristoranti). Ma neanche i suoi clienti attuali (almeno, alcuni di essi) sono stati subito propensi a dargli una chance: raccontando la sua esperienza, Berat ricorda con un sorriso appena accennato una situazione che all’inizio del suo percorso lo ha fortemente demotivato. Molti dei locali con cui collabora, infatti, non si fidavano dei servizi che proponeva per via della sua disabilità fisica, che gli ha impedito di crescere in altezza e lo costringe alla zoppia. Grazie alla pervicacia che lo contraddistingue, Berat non si è arreso. E oggi gode della piena stima dei suoi clienti.
Anche Xufe e Faze hanno presentato un progetto per aggiudicarsi il finanziamento messo a disposizione nell’ambito del progetto Step. E ci sono riuscite. Le motivazioni che le hanno spinte a preparare un’idea d’impresa accattivante e un business plan realizzabile per il loro negozio di cibo tradizionale sono state la volontà di realizzarsi, la voglia di migliorare, il desiderio di far nascere e crescere qualcosa in cui riversare tutte le proprie esperienze e competenze. Venute a conoscenza dell’opportunità offerta dal bando Handikos-Caritas, che consentiva non solo di ricevere un finanziamento, ma anche una formazione specifica nella gestione d’impresa, non hanno esitato. Ponendo così le basi per una vita nuova, ricca di stimoli e capace di autodeterminazione.


Pensioni revocate
In Kosovo sono due le leggi che governano il sistema di pensioni e sussidi per le persone con disabilità e le loro famiglie: la legge sulle pensioni (2003/23) e quella sul sostegno finanziario alle famiglie (03/L-022). Prima della maggiore età, le famiglie di bambini con disabilità ricevono dallo stato una pensione mensile di 100 euro, che allo scoccare dei 18 anni viene ridotta a 75 euro, nonostante le esigenze in età adulta vadano aumentando.
Inoltre, come denunciato da diverse associazioni che lavorano sulla disabilità, i medicinali che lo stato fornisce gratuitamente ai cittadini non sono sufficienti, e ciò comporta che la già esigua pensione mensile debba bastare anche per la copertura di costose spese mediche.
Inoltre, secondo il rapporto del difensore civico Unmik, capita non di rado che una persona reputata inizialmente idonea a ricevere la pensione, non venga confermata in seguito a una seconda valutazione da parte della stessa commissione medica che ne aveva approvato l’idoneità.
Questa circostanza solleva più di una perplessità sulla professionalità di tale commissione che, come affermano diverse organizzazioni operanti nell’ambito, non si avvale di medici all’altezza di questa diagnosi. Il marito di Mehdi, una giovane donna che prima di vincere il finanziamento di Step lavorava come parrucchiera a domicilio, ha una disabilità fisica non reputata sufficientemente invalidante da rendere necessario un supporto finanziario.
Di fatto, però, trovare lavoro gli è stato sinora impossibile. E così Mehdi ha aperto un suo negozio da parrucchiera e suo marito l’aiuta con i lavori di manutenzione di cui c’è bisogno e nell’accudire i figli.
Questa svolta nella loro vita è stata di vitale importanza, sia sul versante finanziario (dato che le spese per la scuola dei bambini, le bollette e le medicine non erano mai sufficienti), sia per l’entusiasmo creato dal fatto di avere un’impresa interamente dipendente dalla loro responsabilità, dove impegnare energie e investire aspettative di un futuro più soddisfacente. A dimostrazione del fatto che, anche in un paese come il Kosovo, la disabilità può costituire una limitazione, non certo una condanna a prescindere.