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Martedì, 21 Ottobre 2008 09:33

Il fallimento della nonviolenza in Kossovo. Incontro con Alberto L’Abate.

Scritto da Sara Cossu
Cagliari. Il professor L'Abate durante una conferenza. Cagliari. Il professor L'Abate durante una conferenza. Cb Apg23, 2008

Un bilancio sulla attuale situazione politica del Kossovo e sulla sua evoluzione storica alla luce dei tentativi di mediazione nonviolenta del conflitto finora realizzati. Un esperimento fallito?

Nato a Brindisi settantasette anni fa, Alberto L’Abate fino a quest’anno ha insegnato “Sociologia dei conflitti e di ricerca sulla pace” presso il corso triennale “Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti” e “Metodologia della Ricerca per la Pace”, presso il corso specialistico in “Metodologia della ricerca sociale”, all’Università di Firenze, oltre ad aver collaborato con vari master e corsi nazionali.

Impegnato da sempre nella peace research e autore di numerose pubblicazioni apparse in Italia e all’estero, è soprattutto uno dei capofila del movimento nonviolento italiano. Promotore dei Corpi civili di pace, è intervenuto in prima persona con i “Volontari di Pace in Medio Oriente” nel conflitto iracheno, e nella marcia “Mir Sada” nella ex-Yugoslavia.
Nel 1981 ha fondato a San Gimignano la Casa per la Pace, dove, per quindici anni, insieme ai massimi esperti di lotta nonviolenta provenienti da India, USA, Inghilterra, Svezia, Italia e Belgio, ha organizzato seminari e training su mediazione e risoluzione nonviolenta dei conflitti. 

In qualità di ricercatore e programmatore socio-sanitario, è stato esperto delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Si è occupato particolarmente del Kossovo, ottenendo, dall’Università di Firenze, nel 1995, due anni sabbatici per studiare i rapporti tra serbi e albanesi in collaborazione con le Università di Prishtina e di Belgrado; promuovendo prima del 1999, insieme a noti pacifisti dell’epoca quali Anton Cetta, incontri accademici di studio e ricerca, convegni e scambi volti a una risoluzione pacifica del conflitto; collaborando in prima linea alla “Campagna per una soluzione nonviolenta in Kossovo”, trascorrendo un lungo periodo a Prishtina, come ambasciatore di pace per ricercare soluzioni adatte alla prevenzione di quel conflitto armato.

Lo incontro a Cagliari in occasione del “Confronto seminariale di esperienze tra operatori di pace”, per capire le ragioni del fallimento della nonviolenza in Kossovo.

Dal 1989 gli albanesi del Kossovo furono coinvolti in un movimento nonviolento capeggiato da Rugova…
Sono un po’ incerto sul fatto che il movimento sia stato capeggiato da Rugova. Rugova era in realtà abbastanza contrario alle azioni dirette e alle manifestazioni nonviolente di piazza, e ha appoggiato soprattutto il progetto costruttivo del governo parallelo e la costruzione delle scuole alternative. Non era favorevole alle azioni dirette, perché aveva paura che sarebbero state contrastate violentemente dai serbi, che avrebbero portato alla morte di alcuni albanesi, e che questo avrebbe portato a una reazione violenta generalizzata, che sarebbe finita nel sangue a danno degli albanesi del Kossovo. Quindi il leader del movimento nonviolento attivo, che portava avanti anche azioni dirette nonviolente, non è stato lui. I leader sono stati Surroi, Demaci e altri, come, ad esempio, Albin Kurti, provenienti soprattutto del movimento studentesco di Prishtina, giovani molto creativi nelle lotte nonviolente.

Il Kossovo è un esempio lampante del fallimento della nonviolenza?
È sicuramente un esempio del fallimento della nonviolenza. Se si prende un testo che è stato scritto dall’organizzazione Nonviolent Peace Force, organizzazione cui hanno aderito sette Nobel per la pace, una ricerca sulla possibile implementazione dei corpi civili di pace che circola in inglese, c’è proprio un capitolo sul Kossovo, riportato come esempio fallimentare.
Le ragioni principali sono da una parte la divisione interna tra le due linee, l’azione diretta e il progetto costruttivo, che non si sono mai messe d’accordo. Un tentativo di superare questa divisione non è riuscito anche a causa del fatto che, non avendo avuto un permesso di soggiorno per lavoro che ci avrebbe permesso di restare nella zona oltre tre mesi, allo scadere di questo periodo, non abbiamo potuto portare avanti un progetto già organizzato, con leader influenti delle due anime dalla nonviolenza (azione diretta e progetto costruttivo), per elaborare insieme una strategia comune. Siamo invece dovuti venir via, e quando siamo tornati ormai era vincente la terza strategia, quella violenta dell’Uçk. Questa divisione interna è un elemento che ha indebolito notevolmente la nonviolenza.
Poi c’è la debolezza di tutta la comunità internazionale, capace di ascoltare solo le armi e non la nonviolenza. Non ha fatto nulla per prevenire il conflitto armato. Anzi, sembrava quasi che fosse interessata a farlo esplodere. Per esempio, ha accettato come buona la versione dei serbi sull’annullamento delle caratteristiche statuali della Costituzione kossovara, versione chiaramente falsa. Abbiamo anche le foto del momento in cui il parlamento kossovaro doveva decidere se accettare questo cambiamento oppure no. A parte il fatto che il parlamento era circondato da carri armati, che il clima era tutt’altro che sereno e che hanno votato anche persone che non avevano diritto, si vede chiaramente che i voti a favore erano circa 80 persone, contro le almeno 110 che servivano per ottenere un voto legale. I voti non sono stati nemmeno contati, e la mozione è stata data per approvata.
In seguito, è stato firmato tra Milosevic e Rugova l’accordo per la normalizzazione del sistema scolastico (la restituzione agli albanesi di alcune sedi universitarie e di scuole secondarie, chiuse per ordine del governo serbo e inutilizzate per anni), fatto grazie al lavoro di mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Quest’accordo è stato considerato da Dini, allora ministro degli Esteri italiano e membro del gruppo di contatto per la ex Jugoslavia, come un atto di buona volontà di Milosevic, tanto che la Serbia è stata proclamata zona di mercato privilegiato dell’Europa, il tutto senza assolutamente monitorare il mantenimento delle promesse fatte dai serbi. L’Italia, la Grecia e la Francia hanno dato molti soldi a Milosevic, senza tenere sotto controllo il fatto che l’accordo fosse implementato. Questo ha convinto i kossovari albanesi, che avevano visto la firma dell’accordo come una vittoria della loro lunga lotta nonviolenta, e come un primo passo verso il miglioramento della loro situazione, che la nonviolenza non servisse ad ottenere risultati concreti e che dovevano passare alle armi. Il comportamento della comunità internazionale è stato un elemento fondamentale. Uno dei maggiori studiosi albanesi delle lotte nonviolente kossovare sostiene che la nonviolenza è servita solo a posticipare la guerra, ma non a risolvere i problemi.
Secondo me un ruolo negativo in questo senso è stato giocato anche dalla posizione di Rugova. Io ero più amico di Hydajet Hyseni, allora vice di Rugova, favorevole alle azioni dirette. Ho intervistato almeno tre volte Rugova, che mi è sembrato l’esempio tipico di quella che Gandhi chiama la nonviolenza del debole. Quello che crede nella nonviolenza fino ad un certo punto, tanto che poi chiede l’intervento della Nato. Questa, per Gandhi, che sosteneva la necessità di una nonviolenza del forte, era esattamente la nonviolenza del debole. Rugova non usava la violenza, però chiedeva l’intervento della Nato, il che è un forte segno di mancanza di fiducia nei riguardi delle forme della lotta nonviolenta. C’è un principio nel mio libro (“Per un futuro senza guerre”), che definisco di reciprocità, che dice che se tu fai un’azione in una certa direzione, l’avversario tende a seguirti. Quindi se tu aumenti la violenza, l’avversario tende a fare lo stesso; se tu la diminuisci la tua violenza, l’avversario tende a diminuirla. Da questo principio, dal lato della crescita discende la famosa scalata agli armamenti: io mi armo, tu ti armi più di me, e così via. Dal lato della decrescita c’è un’eccezione: quando l’avversario sente che il tuo diminuire la violenza è fatto per paura. A quel punto, anziché diminuire la sua, tende ad aumentarla per annientarti del tutto. Perciò la nonviolenza di Rugova è stata percepita da Milosevic come dettata dalla debolezza, e Milosevic ha cercato, con le armi, di distruggere del tutto la lotta degli albanesi kossovari.

Il movimento del perdono sviluppato in Kossovo, per opera di un etnologo di valore internazionale, Anton Cetta, nei primi anni novanta ha visto 1250 famiglie rinunciare alla vendetta di sangue e scegliere la via della riconciliazione. Perché non proporre alle controparti serba e albanese, con tutti i mezzi possibili, un revival di questo movimento nel Kossovo post ’99?
Intanto non funziona più perché il kanun è una tradizione musulmana e fa parte della cultura musulmana, anche se in parte è stato influenzato dal cristianesimo. I serbi ortodossi hanno sentito molto meno questo filone e c’è una certa sordità da parte loro, anche se ci sono documenti comuni di tutte le chiese che insistono per cercare di superare pacificamente il conflitto, cosa non facile. È una cultura che va rivissuta, rielaborata. Mi sento di aggiungere che l’intervento degli internazionali ha distrutto completamente le radici di questo tipo di giustizia. Questi hanno cercato di esportare la cultura giuridica occidentale, della giustizia cosiddetta < em="">, dimenticando che nelle culture, spesso considerate primitive, era consuetudinaria, giustizia riparativa o rigenerativa (che cerca non solo la punizione ma anche il perdono e la riconciliazione tra gli ex avversari). Questo tipo di giustizia viene attualmente rivalutata anche nei nostri paesi. Questo comportamento degli internazionali ha fatto del tutto dimenticare la lunga tradizione kossovara della riconciliazione, ed anche la nonviolenza che era alle sue radici. <>

Quali sono gli errori principali della comunità internazionale?
Il principale è stato quello di non reagire quando Milosevic ha annullato le caratteristiche statuali della Costituzione Kossovara, e anzi, considerare valido il loro annullamento. Si prenda, ad esempio, una delle più importanti e prestigiose riviste italiana di geopolitica, Limes: questa continua a parlare del Kossovo come di una provincia della Serbia, dimenticando del tutto, o forse anche non sapendo, che era una regione-stato, e che l’annullamento delle sue caratteristiche statuali e il ritorno a essere solo una provincia, cosiddetta autonoma, della Serbia, è stato fatto in modo del tutto illegale, e che il diritto internazionale, in un caso simile, richiede necessariamente il ripristino delle caratteristiche statuali confiscate. Se non si capisce questo, la recente dichiarazione di indipendenza da parte del governo del Kossovo, che effettivamente apre molti problemi, diventa un atto del tutto incomprensibile.
I Serbi, e molti commentatori che si schierano dalla loro parte, davano per scontato che il Kossovo fosse solo una provincia della Serbia e che quella dichiarazione fosse un atto del tutto illegale. Interessante quando, come Campagna Kossovo, abbiamo organizzato a Bolzano un seminario per approfondire lo statuto di autonomia di quella regione: alcuni autorevoli studiosi serbi avevano infatti proposto, come soluzione del problema kossovaro, l’adozione di un’autonomia simile a quella dell’Alto Adige. Gli esperti locali invitati, ci hanno illustrato a fondo le caratteristiche di quella autonomia. Gli albanesi del Kossovo presenti hanno subito dichiarato che l’autonomia di cui godevano per la riforma del 1974, era decisamente superiore a quella dell’Alto Adige, e che perciò, per loro, uno statuto simile a quello sarebbe stato un ritorno indietro e non un guadagno. Qualcuno ha domandato agli esperti locali dello statuto: “Se l’Italia, unilateralmente, annullasse lo statuto cosa succederebbe?” La risposta è stata netta e decisa: “Ci sarebbe la guerra il giorno dopo”. Al che gli albanesi kossovari hanno detto: “Noi invece abbiamo lottato con la nonviolenza finché abbiamo potuto farlo”. Purtroppo la comunità internazionale ha aspettato a occuparsi del Kossovo che si arrivasse al conflitto armato. Solo allora si sono accorti che c’era il Kossovo, con i tanti problemi o da risolvere, perché la lotta nonviolenta, per la comunità internazionale, non aveva senso!

In quale momento preciso ha inizio la Campagna per una soluzione nonviolenta in Kossovo?
La campagna italiana è stata iniziata da una professoressa delle Puglie, Etta Ragusa, appartenente al movimento internazionale per la riconciliazioni MIR. Le prime adesioni sono state quelle della Caritas della Puglia, e dei Beati Costruttori di Pace. Poi sono arrivate quelle della Chiesa evangelica, del Movimento Nonviolento, di alcune regioni ed enti locali, ed anche di Caritas di altre zone. Si è creato un primo comitato che ha organizzato i primi viaggi studio per conoscere a fondo la situazione di quella zona, e sono stati pubblicati molti articoli sui giornali, ed i primi libri. Le persone della Campagna si sono appassionate alle magnifiche lotte nonviolente degli albanesi del Kossovo, che mentre gli altri paesi della Jugoslavia usavano le armi, utilizzavano invece questa forma di lotta. Non era possibile che i movimenti italiani che si richiamavano alla nonviolenza non ne prendessero atto e non l’appoggiassero.
Per tutto il primo tempo, abbiamo cercato di risolvere il conflitto nonviolentemente e ci siamo chiamati Campagna per una soluzione nonviolenta in Kossovo. Dopo la guerra abbiamo cambiato nome e ci siamo chiamati Campagna per la riconciliazione e abbiamo incominciato a lavorare per questo scopo.

Quali furono le attività e le iniziative dell’Ambasciata della Pace a Prishtina e le sue come Ambasciatore?
Come prima cosa si è studiata la reale situazione, il conflitto, il problema visto dall’una e dall’altra parte, e quindi sono state cercate forme di mediazione, qualche soluzione che potesse risolvere il problema e potesse essere accettata dalle due parti.
La Comunità di Sant’Egidio ci ha ringraziato, perché riceveva le nostre relazioni. Abbiamo fatto moltissime interviste a personaggi politici delle due parti, a studiosi che avevano approfondito questo problema, ed anche a persone comuni, di strada. E questo non solo dei Serbi ed Albanesi ma anche delle altre minoranze della zona, e del vicinato come i Macedoni e Montenegrini. Facevamo resoconti di tutte le interviste e li mandavamo in giro come ambasciata di pace. Tutti i gruppi interessati al nostro lavoro potevano sapere quello che emergeva durante questi colloqui.
Un’altra attività è stata quella di appoggiare quelli che abbiamo chiamato i focolai di pace, le organizzazioni, o ospedali ed altre situazioni in cui non c’era discriminazione etnica, tra questi in particolare, l’associazione dei paraplegici,che faceva un bellissimo lavoro per assistere con solo le persone con handicap ma anche le loro famiglie, coinvolgendole anche nella cura. Gli abbiamo aiutati a prendere contatto con associazioni simili nel nostro paese che hanno poi dato vita a forme di gemellaggio. Il coordinatore di quest’associazione dice che gli abbiamo salvato la vita! Stava malissimo, aveva infatti grossi problemi di salute, e l’abbiamo portato a Firenze per farlo operare. Poi mi è arrivato un conto di venti milioni! Per fortuna l’incaricata della polizia, che ci aveva invitato per chiedere conto di quel debito, quando le abbiamo spiegato la situazione, ha detto: “Non metta nemmeno una lira, questo debito è giusto che sia pagato dal governo italiano!”. Halit, il dirigente di questa associazione è venuto talvolta anche in Sardegna perché anche la Caritas sarda ha appoggiato il suo lavoro.
Abbiamo cercato di mettere in rapporto i gruppi nonviolenti di Belgrado con i gruppi nonviolenti di Prishtina, e quindi di rompere il muro contro muro dei serbi da una parte e gli albanesi dall’altra. Hanno cominciato a conoscersi gli uni gli altri, i gruppi che si davano da fare sia per la pace che per la difesa dei diritti umani della Serbia e del Kossovo, e poi anche a collaborare. Ad esempio le donne in nero di Belgrado che manifestavano anche per i diritti dei Kossovari, non avevano inizialmente referenti a Pristina. Poi ha incominciato a crearsi un gruppo di donne in nero anche in Kosovo, che ha poi partecipato agli incontri.
Il nostro obbiettivo era quello di rompere il muro contro muro e cercare di trovare soluzioni valide per risolvere i problemi di questa area senza arrivare alla esplosione del conflitto armato. Inoltre, sapendo che nei conflitti squilibrati, prima di trovare forme di mediazione (che in tali conflitti vanno sempre a vantaggio del più forte), è necessario riequilibrare il conflitto, abbiamo cercato di aiutare i kossovari a superare questa divisione interna tra le due strategie nonviolente (azione diretta e progetto costruttivo) che indeboliva la loro lotta. Purtroppo non ci siamo riusciti per il fatto di non avere mai ottenuto, malgrado le nostre ripetute richieste, un permesso di soggiorno di lavoro che ci permettesse di restare in zona più di tre mesi. Quando siamo tornati a Pristina ormai le due linee nonviolente erano superate, ed era vincente la terza linea, quella armata dell’UCK.
Un altro lavoro dell’ambasciata è stato quello di analizzare, e confrontare tra di loro, tutte le proposte di soluzione pacifica di quel conflitto fatte da ONG di molti paesi del mondo (Svezia, Italia, Usa, Germania,Grecia). E da questa analisi abbiamo individuato le linee comuni di azioni che avrebbero potuto prevenire l’esplosione della guerra del Kossovo, fatto prima in edizione ciclosticata e pubblicato poi dalla Meridiana di Molfetta (Ba)

”Prevenire la guerra nel Kossovo per evitare la destabilizzazione dei Balcani…” Pubblicava proprio questo volume nel 1997. Nel suo ultimo libro Per un futuro senza guerra, pubblicato a più di dieci anni di distanza, parla ancora della prevenzione dei conflitti. Perché in Kossovo la prevenzione non ha funzionato? Continua a dare un senso a questa parola?
Continuo crederci a distanza di dieci anni, perché so benissimo che, se solo si fosse voluto, si sarebbe potuta prevenire la guerra nel Kossovo. Tutti gli elementi che ho lo confermano. Solo che ci sarebbe voluta un’imposizione non armata. I governi hanno forme di imporre certe scelte anche in modo diverso, per esempio, attraverso quello che noi chiamavamo le sanzioni positive al posto di quelle negative: “Io ti aiuto nella tua economia a patto che…” Noi abbiamo sempre sostenuto questo tipo di sanzioni. Non eravamo contrari al fatto che Dini aprisse alla Serbia, dopo l’accordo firmato grazie al lavoro della Comunità di Sant’Egidio. Siamo stati contrari al fatto che gli Europei dessero subito i soldi senza monitorare l’applicazione dell’accordo. La posizione giusta sarebbe stata questa: “Io ti aiuto ma quest’aiuto è condizionato dal fatto che tu elimini la legge marziale per il Kossovo, che incominci a fare date cose per migliorare la vita della popolazione di questa area …” E questo non è stato fatto. Questo è uno degli errori della comunità internazionale. Secondo gli amici dell’Operazione colomba, i soldi per l’intervento militare dei serbi in Kossovo sono anche i soldi che abbiamo dato noi, a babbo morto, a Milosevic, aprendo alla Serbia. Quindi c’è una responsabilità grossissima da parte nostra. Purtroppo i nostri politici spesso hanno una visione molto limitata delle cose, spesso pensano solo ai nostri interressi economici, in questo caso aprire il mercato della Serbia alle nostre industrie, senza prendere in alcun conto il fatto se questo può aiutare la pace oppure no.

Kossovo, la Palestina d’Europa… È davvero così difficile trovare una risoluzione duratura e trasversale?
C’è un articolo di una studiosa finlandese che porta questo titolo… Ci sono grosse similitudini tra la situazione della Palestina e del Kossovo. E direi che ci sono le stesse difficoltà. Quando, parlando della situazione del Medio Oriente, sento ripetere: “Due popoli due stati”, mi viene da pensare che è una bella dichiarazione ma quasi del tutto irrealizzabile. Infatti, se si vede la geografia della Palestina, si può notare come la zona che dovrebbe far parte dello stato palestinese è piena di insediamenti di coloni israeliani. È una specie di spezzatino! Richiederebbe, per realizzare quella idea, lo sbattere fuori da quel territorio tutti gli ebrei che sono in quell’area: hanno tentato di farlo tante volte, ma senza esito. Forse bisogna cominciare a pensare ad altre soluzioni, che per ora sembrano del tutto irrealizzabili: uno Stato, due popoli, uno Stato in cui due popoli convivono.
Lo stesso è il problema del Kossovo. Giusto in questi giorni Tadic, il primo ministro della Serbia, ha proposto al Governo Kossovaro di dividere il Kossovo in due. La zona Nord alla Serbia, quella Sud al Kossovo. Ma anche qui si può vedere, analizzando la carta degli insediamenti etnici, come questa non sia una soluzione… I serbi non stanno solo al Nord e al Nord ci stanno anche tanti albanesi. E la popolazione albanese che vive in alcuni paesi al Sud della Serbia cosa direbbe? “Noi non restiamo nella Serbia, vogliamo essere uniti al Kossovo!”. E dobbiamo considerare anche le isole etniche interne, quelle dei serbi. Che fanno? Se ne vanno al Nord? Succederebbe quello che è successo in India. La divisione del Bangladesh (abitato in prevalenza da mussulmani) dall’India (abitata invece da indù), contro cui Gandhi ha lottato con tutte le sue forze, ha portato migliaia e migliaia di morti, odi, eccetera. Ricordo che quando, nella nostra intervista a Surroi, il direttore di uno dei più importanti quotidiani kossovari, chiedemmo la sua opinione su questa che era una delle proposte più tradizionali fatte dai serbi, egli rispose: “Questo porterebbe una guerra. Non è credibile!”
L’unica soluzione abbastanza credibile è quella fatta da Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale dell’Aja sui crimini di guerra nella Ex-Jugoslavia, come premessa al libro da me curato insieme a Lorenzo Porta, L’Europa e i conflitti armati. Prevenzione, difesa nonviolenta e Corpi civili di Pace. Cassese, come già scrisse su un articolo pubblicato in Serbia, propone una confederazione: tra l’Europa, la Serbia ed il Kossovo. Il Kossovo sarebbe indipendente ma all’interno di una confederazione con l’Unione Europea. È forse l’unica possibile soluzione tutt’ora aperta. Che potrebbe conciliare gli uni e gli altri.

Tempo fa si paragonò il Kossovo al Sud Africa affermando che il 90% degli albanesi viveva in un apartheid, nell’esclusione totale, in un sistema scolastico e sanitario parallelo a quello ufficiale del 10% dei serbi al potere. Possiamo dire lo stesso oggi, invertendo gli attori coinvolti, se guardiamo ai serbi che vivono nelle enclaves?
C’è un rovesciamento della situazione che è un renfrain storico. Se si va a vedere la storia del Kossovo, questi refrain sono continui! Dov’è il potere, lì c’è la sua legge! Ubi rex ibi aula. Appena un gruppo etnico va al potere, gli altri vengono emarginati, subiscono ingiustizie, crimini. E questo è un continuo. Tutti i Balcani sono un continuo passaggio dall’uno all’altro potere. L’odio si è rinfocolato. Abbiamo incontrate ed intervistate anche famiglie etnicamente miste. Ora sono rare, ma prima erano molte di più. Ma queste sono considerate impure, e sono spesso emarginate sia dagli uni che dagli altri.

Verità e riconciliazione… Due parole che in Sud Africa hanno avuto un senso. È un modello riproponibile per il Kossovo?
Ho scritto un saggio molto lungo a tal proposito che è stato tradotto e pubblicato anche nel Kossovo. Il direttore della rivista che l’ha pubblicato mi disse che avrebbe voluto organizzare un seminario per discutere si questo argomento. Ma non se ne è fatto di nulla, molto probabilmente perché gli estremisti kossovari, che sono contrari ad ogni atto che va verso la riconciliazione, lo hanno impaurito.
Ero rimasto molto impressionato dal fatto che, in Sud Africa, certi criminali, se parlavano, non venivano poi perseguiti. Allora avevo distinto, per il Kossovo, tra i crimini persistenti (tipo uccisione a freddo di persone, e simili), ed altri che definivo episodici. I primi, secondo me, dovevano essere perseguiti da un tribunale specifico, i secondi, invece, potevano essere oggetto di un processo tipo quello del Sud Africa, perdonati se riconoscevano il proprio torto e lo dichiaravano pubblicamente. Per esempio, prendiamo i rom. Perché ne hanno subite tante? Perché i poliziotti serbi andavano a prendere i televisori, frigoriferi ed altri beni dalle case degli albanesi che loro avevano costretto a fuggire dal Kossovo, e non volendo portarle al loro comando perché altrimenti se le rubava il comandante, andavano a casa dei rom e dicevano: “Tienimele che ti do qualcosa!”. Gli albanesi hanno visto che spesso i loro beni erano nelle case dei rom e dicevano: “I rom sono ladri!” In realtà erano solo complici, spesso obbligati, di altri ladri! Ed episodi di questo tipo sono stati molto frequenti. Magari il rom aveva pure contribuito, però, spesso, non poteva essere considerato un criminale lui stesso. Quindi distinguevo tra crimini grossi e persistenti, che dovevano essere mandati al Tribunale dell’Aja (1), o comunque ad un tribunale specifico, e quelli episodici, che si potevano risolvere attraverso il dialogo o con forme diverse di giustizia, tipo quella del Sud Africa.

Che differenza c’è tra una giustizia che punisce e una giustizia che ripara? Di che cosa ha bisogno il Kossovo? E come si pone il Tribunale Penale Internazionale per i crimini connessi nella ex Yugoslavia rispetto alla giustizia dei vincitori? Mi riferisco all’“assoluzione” di Ramush Haradinaj e al suo rientro trionfale in Kossovo…
A parte il fatto che si tratta di un’assoluzione parziale. Tutti i testimoni sono morti e nessuno ha potuto testimoniare, però stanno raccogliendo le prove. Non è che sia stato assolto. È un’assoluzione momentanea.
La differenza tra il Tribunale dell’Aja e il Tribunale di Roma (2) è evidente. Il Tribunale di Roma non è un tribunale dei vincitori, ma si occupa di tutti i criminali possibili. Il Tribunale dell’Aja è il tribunale dei vincitori, dei Paesi vincitori, un tribunale specifico. Questa è una distinzione che fa in un suo saggio il costituzionalista Umberto Allegretti, professore all’Università di Firenze, che fa anche parte di Pax Christi. Gli Stati Uniti non hanno mai accettato il Tribunale di Roma, come l’India e la Cina, ed Israele, i Paesi più militarizzati del mondo. L’unico tribunale vero sarebbe quello di Roma. Gli altri sono dei vincitori, dove il vincitore mette sotto processo il vinto, ma non mette sotto processo se stesso, anche se lui, come spesso avviene, ha commesso crimini gravissimi.
La giustizia riparativa comincia a vedere anche le proprie colpe e cerca di trovare le soluzioni che siano ricostruttive dei rapporti, che tendano ad una riconciliazione, al superamento del conflitto e non ad aumentare gli estremismi. Il Tribunale dell’Aja sta facendo, invece, aumentare gli estremismi dei serbi in modo terribile. Tadic è potuto andare al governo solo perché il partito di Milosevic ha appoggiato la sua nomina, che comunque è condizionata, per quanto riguarda il Kossovo, in modo notevole. Il partito di Šešelj è ultranazionalista, la presidenza della camera è di uno di loro, degli ultranazionalisti, e questo determina un condizionamento forte del governo attuale. Gli estremismi sono terribili.
Il nostro tentativo è stato quello di creare un sostrato, sia all’interno della Serbia che all’interno del Kossovo, disponibile al dialogo, che tendesse ad emarginare i gruppi fondamentalisti di ambedue le parti. Questi fondamentalismi ed estremismi interni sono da una parte e dall’altra e sono criminali e legati alla mafia tutti e due. La mafia serba e la mafia kossovara sono legatissime, in qualche modo la riconciliazione l’hanno fatta tra di loro, all’interno di una politica comune, per il controllo dei mercati e per i guadagni comuni, ma non certo per il benessere della popolazione.

Note:

Per approfondimenti: http://www.labatealberto.it

1) Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella ex Yugoslavia (International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia - ICTY), con sede all’Aja.
2) Corte Penale Internazionale (International Criminal Court - ICC), anch’esso con sede all’Aja. Lo Statuto di Roma, stipulato nel 1998 ed entrato in vigore nel 2002, ne definisce dettagliatamente la giurisdizione e il funzionamento.