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Martedì, 07 Marzo 2017 08:31

Rientro a metà

Scritto da Arianna Benesso, Casco Bianco Apg23 a Batumi, Georgia
Rientro a metà CB Apg23
Durante l'anno di servizio civile all'estero con ass. Comunità Papa Giovanni XXIII è previsto un rientro formativo intermedio. Quello che ci racconta Arianna è il suo "Rientro a metà", un misto di rabbia e consapevolezza sul cambiamento che questa esperienza sta insinuando dentro lei.

 

Il momento della formazione intermedia è un momento che tutti i “Caschi” aspettano in fibrillazione per mesi, perché è l’occasione per tornare a casa qualche giorno prima di ritrovarsi con gli altri compagni di viaggio in giro per il mondo e prendersi uno stacco dai ritmi della vita in Comunità. L’aria di casa, il primo abbraccio di mamma e papà, le coccole al cane, il piatto preferito fumante sul tavolo, le chiacchiere con gli amici sono tutte cose che abbiamo sognato durante i primi mesi del nostro servizio all’estero. Un sogno ad occhi aperti che abbiamo rievocato tutte le volte che ci sentivamo giù di morale, tutte le volte che la fatica cercava di prendere il sopravvento, tutte le volte che volevamo urlare e battere i pugni contro il muro. Ce lo siamo rivisti molte volte questo film, il mio se fosse vero, avrebbe la pellicola consumata da tutte le volte che ho fatto rewind e play.


E poi arriva il tanto aspettato momento, in un attimo ti trovi a passare goffamente in mezzo al corridoio stretto dell’aereo di ritorno, sballottando il tuo bagaglio a mano contro i sedili, fai un sorriso alle hostess e le accomiati pavoneggiando un saluto nella lingua del posto dove hai passato i mesi passati e con passo lungo cerchi di arrivare al controllo passaporti prima degli altri, così da non perdere troppo tempo, sia mai che qualcuno prenda per sbaglio il tuo bagaglio che indolente gira sui nastri trasportatori del terminal! Tiri un sospiro di sollievo, il bagaglio c’è, arrivi alla porta degli arrivi e bidibibodibibu sei a casa!


Ecco, qualcosa è esattamente come te lo eri immaginato, o forse non proprio così, ma quasi. Insomma è bello, arrivano i baci, gli abbracci, il cane, arriva anche il piatto che da mesi ti sognavi di notte. Ti prepari mentalmente a rispondere a tutte le domande possibili e immaginabili sulla tua esoticissima esperienza, anche dal panettiere, ma poi alla fine ti ritrovi a rispondere un po’ la solita solfa “Sì, tutto bene”, “No, no, resto solo qualche giorno”, “No, Georgia ex-sovietica non Georgia negli USA”. L’interesse su di te si esaurisce qui, perché poi subentrano i discorsi su “Ma sai che con i saldi ho preso un sacco di cose pagandole niente”, “Con i punti dell’Esselunga ho preso un frullatore nuovo”.

Un capitolo a parte va aperto sugli amici: con loro si prospettavano grandi cose! Un weekend da sfruttare al massimo per stare insieme e rifarsi dei mesi separati! E invece non è proprio così, gli impegni degli altri saltano fuori all’improvviso, tu diventi una tessera dell’intricato puzzle degli impegni che fa fatica ad incastrarsi. Sei come la carta “imprevisti” del Monopoli, sapevano tutti del tuo rientro, si parlava di grandi serate, si facevano promesse che si concludevano la maggior parte delle volte con un “non vedo l’ora che torni”. Invece ora che sei qui i tuoi amici sono come disorientati, ti mandano messaggi su whatsapp chiedendoti per la miliardesima volta quanto tempo stai, perché purtroppo quell’unico weekend che tu sei a casa, ecco loro hanno preso degli altri impegni anche se tramite canali virtuali li avevano presi precedentemente con te, oppure gli amici ci sono ma per 1/3 del tempo che avevano promesso di dedicarti… già, loro erano convinti, non si sa come, che tu stessi a casa di più, che ci fosse più tempo.
ValigieInsomma, pensavi di essere la star del momento ma non lo sei, la vita a casa è continuata e la tua vita all’estero non ha niente a che fare con quello che è successo qui. Tu hai provato ad esserci. La tecnologia ti ha permesso di inviare foto, video, messaggi vocali in tempo reale, fare chiamate a migliaia di chilometri distanza senza spendere un centesimo, ce l’hai messa tutta, ti sentivi ancora parte di quel mondo che avevi lasciato indietro mesi fa; ma in realtà tu lì non c’eri, hai smesso di esserci quando con fatica mesi fa hai chiuso la valigia sedendoci sopra. Ecco, con quel gesto simbolico hai chiuso una fase, hai detto addio a quello che eri e ora che ritorni speri ingenuamente di poter riaprire la valigia e di ritrovarci tutto esattamente come all’andata nella stessa posizione?
E no, la vita sarebbe troppo facile e forse troppo noiosa se fosse tutto come prima. Con quale diritto vuoi quello che hai lasciato? Per quale motivo dovrebbero stendersi tappeti rossi al tuo passaggio quando è stata tua la decisione di lasciare tutto? Le promesse su whatsapp hanno forse lo stesso peso di quelle fatte guardandosi negli occhi e tenendosi le mani? Forse ormai siamo così abituati a inviare ogni pensiero tramite i polpastrelli delle nostre dita, che non ci rendiamo più conto del peso delle parole e scriviamo scriviamo, ma quelle parole diventano parte del calderone di emoticons, punti esclamativi e foto che si perdono nella memoria sia del telefono sia delle persone. Un rientro a metà non solo perché a metà percorso ma anche perché rispecchia la metà delle aspettative che ti eri fatto. Il film mentale era sicuramente molto meglio di quello reale; la vita, regista e protagonista di quest’ultimo, non si è impegnata molto come aveva fatto la tua fantasia. Il tuo si meritava l’Oscar.
Il lato positivo di tutto questo è che c’è una lezione da imparare: bisogna bastare a sé stessi senza creare delle aspettative sugli altri, accogliere le occasioni così come vengono senza pianificare, perché non si può prevedere con anticipo ciò che per sua natura cambia.


Una lezione da tenere a mente anche al fatidico momento del rientro definitivo tra 6 mesi, quando si tireranno le fila dell’esperienza, quando la botta con la realtà sarà molto più violenta. Per allora, auguro a me e a tutti gli altri di avere il nostro Casco ben serrato in testa e di indossare una corazza di gommapiuma cosicché l’impatto ci faccia cadere in piedi con un sorriso. In questi primi mesi abbiamo sfidato noi stessi, scoperto le nostre paure, siamo andati al massimo cercando di superare i nostri blocchi. Il rientro a casa sarà l’ultima sfida con noi stessi prima di concludere questa esperienza che ci sta sconvolgendo dentro e fuori, che ci spettina, che tira fuori quelli che noi siamo e quello che non vorremmo essere. Buona fortuna!

Baraccopoli di Batumi, Georgia

I bambini della baraccopoli di Batumi, Georgia - Foto di Arianna Benesso