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Lunedì, 22 Maggio 2017 07:15

A.A.A. Obiettore cerca Casco Bianco

Scritto da Arianna Benesso, Casco Bianco Apg23 a Batumi, Georgia
Stefano de Iaco con la sua famiglia Stefano de Iaco con la sua famiglia
Un filo rosso che collega scelte e cambiamenti. A quanto pare, fa anche nascere incontri aggiungiamo noi. L'intervista di Arianna a Stefano De Iaco, obiettore di coscienza nel 1995

 

Chi avrebbe mai pensato che fare il Casco Bianco avrebbe attirato così tante attenzioni nella mia cittadina?

In meno di quattro mesi mi sono state fatte quattro interviste. Gente che conoscevo di vista o che addirittura non conoscevo affatto mi ha cercata e aggiunta su FB, alcuni mi hanno anche mandato dei messaggi di complimenti, mi hanno detto che ero d’ispirazione per i giovani della mia generazione e tante altre cose belle che mi stupiscono ogni volta che le ricordo, ma non è per parlare di questa piccola celebrità da quartierino che scrivo questo articolo. Scrivo questo articolo per parlare di una di quelle persone che non conoscevo e che di punto in bianco mi ha scritto questo messaggio: “Arianna, ho letto di te, complimenti per quello che fai. L'ho capito anche io un po' troppo in là con l'età e gli impegni. Sono stato obiettore di coscienza e ho lavorato con i profughi a Laveno e a Cesano. Grazie per quello che fai”. Un messaggio così ti lascia nell’imbarazzo più totale.

Io che ancora nella vita non ho fatto nulla che credo essere degno di memoria per l’umanità, ricevo un messaggio dal genere da qualcuno che ha preso la strada dell’obiezione di coscienza in tempi dove non era una strada in discesa e che per di più si è impegnato attivamente per contribuire a rendere migliore la vita di chi scappa da guerre e sofferenze.


Insomma, inutile dire che subito mi è presa la smania di conoscere questa persona. I ritmi del servizio civile sono stati piuttosto serrati però e finalmente solo dopo un paio di mesi sono riuscita a trovare una serata da dedicare a una piacevolissima telefonata Skype con Stefano De Iaco. Mi accoglie con un bellissimo sorriso e la prima cosa che fa è presentarmi la sua famiglia, animali di casa compresi. C’è da subito una bella energia, cominciamo a chiacchierare e in qualche modo mi “frega”, perché mi strappa un’altra intervista. Alla fine però sono riuscita a coprire i panni dell’intervistatrice anche io.

Lo striscione appeso nella struttura di Servizio Civile di StefanoStefano ha 49 anni, fa il fotografo e il consulente. Nel 1995 a 27 anni decide di prendere la strada dell’obiezione di coscienza e presta 15 mesi di servizio presso l’ufficio diocesano della Pastorale Giovanile Fondazione Oratori Milanese (FOM) a Milano. Quando gli chiedo perché non ha abbracciato le armi la risposta è semplice e netta: “Ripudio qualsiasi forma di violenza che sia fisica o verbale e il servizio militare per me rappresentava violenza, non potevo farlo”. Durante i suoi 15 mesi di servizio Stefano lavora alla scrittura dei progetti e in particolare alla promozione dei tempi forti come Avvento, Quaresima e il periodo estivo. Questo lo porta ad essere vicino agli animatori degli oratori della diocesi di Milano praticamente 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, perché il tutto avveniva in maniera residenziale, condividendo gli stessi spazi e gli stessi tempi. Da qui cominciano le prime riflessioni di Stefano sul tempo e sul lavoro: “Non riuscivo a capire come conciliare la mia fede con il lavoro del servizio civile. Lì non si timbrava il cartellino. Se prima di fare servizio civile contavo addirittura i minuti, da allora in poi non li ho più contati. Non ho più cercato di controllare il tempo. Gli altri venivano prima di me e io stavo imparando a lavorare per gli altri in maniera gratuita.”

Man mano che parliamo Stefano mi apre sempre di più il suo cuore e mi racconta anche di come si sia sentito solo in quel periodo. Come se il servizio civile si collocasse su un piano di realtà diverso da quello di amici e parenti, come se il mondo fosse a due velocità: quello che vivi tu e quello che vivono gli altri a casa. Nonostante l’amarezza della solitudine, a Stefano va proprio di lusso: durante il servizio civile incontra l’Amore nei panni di Rossella e dal 2002 sono una coppia felicemente sposata con 2 figli, Samuele e Sofia.

Durante quei 15 mesi succede qualcosa di inaspettato che segna Stefano. Dietro l’angolo, in Jugoslavia, una spaventosa guerra fratricida dilaga lasciando dietro di sé morti, famiglie spezzate e cuori dilaniati. Un gruppo di ragazze guidate da un prete croato riesce a fuggire in Italia. “Il sacerdote era il più incavolato del gruppo perché aveva visto vicini di casa e amici che da un giorno l’altro si uccidevano. Quel prete si discostava molto dalla figura stereotipata del prete tranquillo che ha sempre una parola di conforto per tutti. Lui non aveva risposta a quella violenza gratuita”. Stefano mi racconta che in quel momento ha cominciato ad uscire dalla bambagia da cui era stato protetto per 27 anni: “Quelle ragazze avranno avuto dai 16 ai 20 anni. Ho mangiato con loro, erano molto simili a noi, non erano tanto diverse. È stata un’esperienza forte”.

19 anni dopo nel 2014, più per necessità che per vera convinzione Stefano si ritrova a lavorare nel settore dell’accoglienza dei profughi, circa 180 persone di varie nazionalità, con una cooperativa locale nella provincia di Varese, nell’amministrazione. Con un po’ di imbarazzo il nostro obiettore ammette che inizialmente nutriva reticenza nei confronti di queste persone e come molti purtroppo in Italia pensano, anche lui accostava la figura del profugo a quella dell’invasore, dell’approfittatore, finché un giorno una bambina di colore entra nel suo ufficio e con un sorriso lo prende per mano. 

Nwara

“Eh sì, è stata colpa di quella bambina, Nwara, da allora in poi ho fatto di tutto per incontrarla di nuovo. Io stavo chiuso nel mio ufficio prima, non conoscevo queste persone, non le volevo conoscere.”

Nel 2015 Stefano con ritrovato entusiasmo si butta in un progetto di accoglienza profughi dalla Nigeria presso l’oratorio della nostra cittadina, Cesano Maderno, anche quella è un’occasione di incontro con l’altro, soprattutto in un momento storico come quello attuale in cui demagogicamente sempre più spesso Isis e Islam vengono usati come sinonimi.


Il bello di questa intervista con Stefano è stato scoprire che c’è un filo rosso tra la sua esperienza di servizio civile e tutte le scelte che ha preso successivamente. Come se il servizio civile fosse stata una vera scuola di vita, il primo passo di incontro con il diverso, il primo mattone per imparare a conoscere l’altro, a sviluppare empatia. Alla domanda “Come applichi il concetto di nonviolenza nella tua vita?” risponde “La nonviolenza la applico cercando di andare incontro all’altro, tramite l’accoglienza, specialmente a livello comunicativo. Se ho un atteggiamento di apertura, molto difficilmente rischio di essere attaccato”.

Stefano con la sua testimonianza racconta un percorso di una persona in evoluzione.


L’essere obiettori di coscienza o caschi bianchi non fa di noi automaticamente dei paladini della giustizia senza macchia e senza paura. Siamo delle persone con fragilità, difetti, pregiudizi. La sfida sta nel mettere in discussione le proprie credenze, essere aperti all’ascolto e non aver paura di affrontare i propri limiti.

Grazie Stefano per questo insegnamento! Ci vediamo in Italia!

 

Stefano al lavoro con un ragazzo Nigeriano richiedente protezione internazionale