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Venerdì, 24 Novembre 2017 08:16

Senegal - Italia - Francia

Scritto da Musa Jallow, Casco Bianco con Apg23 a Lourdes, Francia
Musa al parco con i minori della Casa Famiglia, Lourdes Musa al parco con i minori della Casa Famiglia, Lourdes CB Apg23
Moussa viene dal Senegal, ha 22 anni, ed è arrivato in Italia nel 2014. Dopo poco meno di due anni riesce ad ottenere il suo permesso di soggiorno e grazie all’incontro con i volontari Caschi Bianchi in formazione, decide di fare domanda per un progetto di servizio civile in Francia, a Lourdes.


Durante questo anno ho vissuto in una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, dove sono accolti minori e persone disabili, svolgendo attività ludico ricreative con i bambini, e occupandomi dell’accompagnamento di una signora con disabilità motoria di 58 anni: quando lei stava chiusa in casa era difficile perché si annoiava, la noia la rende triste ed arrabbiata, ci è voluta molta pazienza per stare con lei, e quando uscivamo stava meglio, la portavo sempre a Messa. A lei piace stare con le persone, il suo posto preferito era il “Sotterraneo” (il transit di accesso al Santuario di Lourdes, provvisto dei materiali necessari per l’uscita ed il rientro dei signori malati), lì era sempre pieno di gente e lei poteva girare liberamente con la sua carrozzina e parlare con chi incontrava, e così stava meglio. In questo anno ho imparato ad avere pazienza, ad accettare le regole, a condividere le mie giornate con le persone con disabilità, soprattutto nelle piccole cose come mangiare insieme. In casa c’era anche un neonato che al mio arrivo aveva 5 mesi, mi sono molto affezionato a lui, molti mi chiedevano se era mio figlio. Anche con gli altri bambini in casa abbiamo spesso giocato insieme a calcio e al parco. Con i più piccoli giocavo e con i più grandi facevo i compiti.

Musa I primi momenti ho fatto fatica perché non ero abituati ad una casa famiglia, italiana. Ad esempio, non mi veniva spontaneo chiedere permesso ai genitori per fare delle attività con i bambini, perché per esempio anche a casa mia a Pata, in Senegal, ci sono tanti bambini e non serve chiedere sempre ai genitori il permesso di fare qualcosa con loro. Poi piano piano mi sono ambientato e ho capito.
Ho faticato anche ad ambientarmi con le persone che vivono in casa famiglia, ho dedicato molto del mio tempo libero per passare del tempo con i ragazzi accolti, con il papà e la mamma, per capire meglio dove mi trovavo e con chi. Più li conoscevo più sono riuscito ad ambientarmi ed a coinvolgermi. Alla fine del mio anno, la casa si fidava di me ed io di loro, mi sono sentito parte della famiglia. Ho sentito molta nostalgia ora che sono tornato in Italia.
La sensazione di sentirmi a casa che ho sentito in questi ultimi mesi, hanno cancellato le fatiche e le difficoltà dei primi mesi. Se uno abbandona alla prima difficoltà, le cose belle non riesce mai a vederle. Sono felice di essere riuscito ad avere la pazienza di superare le prime fatiche, di resistere alla prima tentazione di tornare in Italia, perché altrimenti non avrei scoperto di riuscire a farcela e non avrei mai provato la bellezza di sentirmi a casa lì.

Durante i momenti di difficoltà è stato anche importante avere qualcuno con cui confrontarsi, per scambiarsi sfoghi e fatiche, condividendoli diventavano più leggeri. Quando sei arrabbiato hai un peso che supera il tuo peso, quindi confrontarmi con i formatori, i compagni di viaggio ed il tutor, mi ha aiutato a non sentirmi solo e a condividere il peso, così come anche ascoltare gli altri volontari durante la formazione intermedia e riconoscere che anche molti di loro provavano gli stessi bisogni e fatiche
Un’altra fatica che ho fatto è stata quella della formazione a distanza e del monitoraggio. Dopo la formazione iniziale pensavo che mi restava solo che condividere la vita in casa famiglia in Francia, invece al primo monitoraggio ho capito che non era così. E’ stato un bene, perché anche se è stato difficile da fare e da capire, i responsabili della casa e la mia compagna di viaggio mi hanno aiutato, e anche questo mi è servito a capire di più cosa fosse il servizio civile e a viverlo.


Quando sono arrivato in Italia, dopo due mesi a Bologna, ho vissuto a Mercatino Conca, presso la Casa della Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, in attesa di essere chiamato in commissione per l’approvazione della richiesta di protezione internazionale. Durante questo tempo, ho vissuto con altri 8 ragazzi provenienti da diversi paesi dell’Africa, 2 volontari in servizio volontario europeo da Spagna e Grecia, 2 ragazze e 1 ragazzo italiani che lavoravano nell’ufficio che c’era al piano terra della casa.
Appena sono arrivato lì, mi ricordo che non volevo assolutamente restare perché non parlavo italiano, facevo fatica a comunicare e il paese era molto piccolo, non immaginavo che invece era il posto dove avrei scoperto tante cose belle.

Musa con i volontari a mercatino concaIn questa casa c’erano al piano superiore le stanze dove dormivamo, al piano terra la cucina, un salone ed un ufficio dove tutti i giorni vedevo entrare ed uscire le persone che ci lavoravano: all’inizio non sapevo che lavoro stessero facendo, pensavo che lavorassero solo in progetti a sostegno delle persone richiedenti asilo.

Poi un giorno, Manuela, una delle ragazze che viveva in casa con me e lavorava in quell’ufficio, mi ha detto che sarebbero arrivate 30 persone in casa, giovani volontari in servizio civile per fare un periodo di formazione residenziale di 13 giorni. Mi ha chiesto se volevo per quel periodo trasferirmi in un’altra casa, perchè ci sarebbe stata molta confusione. Io però sono voluto rimanere, perché ero molto curioso di conoscere questi ragazzi che di lì a poco sarebbero partiti per l’estero.
Quando i ragazzi sono arrivati, ho parlato con tutti, ognuno mi raccontava dove andava. In quel tempo stavo facendo Ramadan, quindi tutte le sere e notti anche loro rimanevano in piedi e abbiamo parlato molto. Non riuscivo a capire tutto, ma è stato molto bello e divertente passare il mio tempo con tutti i volontari.

Sono contento di avere avuto il coraggio di fermarmi lì e di stare con questi ragazzi, che non conoscevo.

Grazie a quell’incontro e a quella possibilità di passare dei giorni con i volontari, mi è venuta curiosità e voglia di capire se anche io potevo partecipare a questo progetto. Così con molta pazienza Manuela e Davide hanno cercato di spiegarmi cosa fosse, la formazione, i paesi di destinazione e le caratteristiche. Non è stato subito semplice capirlo, non solo per la lingua, ho visto molti italiani fare fatica a comprendere cosa fosse il Servizio civile e allora mi sono fatto coraggio.

A giugno 2016 ho così deciso di presentare la mia domanda, e sono stato selezionato per il progetto a Lourdes. Ho iniziato a capire cosa volesse dire fare servizio civile solo durante la formazione intermedia, dove dopo la formazione iniziale e i primi tre mesi all’estero, ho sperimentato le fatiche e mi sono sentito parte di un progetto più grande.

Durante questo anno ho migliorato molte cose di me, adesso per me è più facile vivere in condivisione con altre persone nella quotidianità.