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Giovedì, 16 Marzo 2017 10:54

Il libro del mondo in un palmo di mano

Scritto da Sarah Berno, Casco Bianco Focsiv - Engim a Quito, Ecuador
Foto di Sarah Berno, scuola ‘‘Yachay Wasi’, Quito - Ecuador Foto di Sarah Berno, scuola ‘‘Yachay Wasi’, Quito - Ecuador CB Focsiv - Engim
"..in questo essere presenti e preoccuparsi, si racchiude il senso del nostro essere qui". E' stringendo palmi di mano che Sarah sta scoprendo la bellezza dell'incontro tra culture diverse, anche nelle fatiche e nelle paure. 

 

“Saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace”.

F. De Andrè, Khorakhanè – A forza di essere vento.


Incontro i sentieri più interessanti del mondo tra palmi di mani che ogni giorno stringono la mia, in una cieca ricerca della mano in cui avere fiducia perché accompagna, stringe, accarezza, ti insegna a scrivere, leggere, disegnare l’animalino che ancora risulta difficile da abbozzare. Piccole manine che si sovrappongono alla mia, sono tenere, leggere, delicate… mi ricordano la innocente bellezza dell’infanzia, con quelle dita piccoline che giocano con le mie, dita che si trasformano in gambe che passeggiano e gironzolano sulle mie braccia e ogni tanto fanno bizzarre domande: “Mashi, por qué usted tiene pelo en el brazo? Mashi, por qué usted tiene lunares en la piel?” (Maestra, perché ha peli sul braccio? Maestra, perché ha nei sulla pelle?). Sono mani curiose di esplorare il mondo e sono mani innocenti che han già stretto la fredda durezza della vita.

Queste piccole mani che durante la mattinata si impiastricciano di colori, purpurina o colla vinilica, sono le stesse che mi raccontano i loro fine settimana, quando hanno lavorato a casa, magari sbrigando faccende domestiche, costruendo gli scalini necessari per finire parte delle costruzioni, o che hanno lavato i panni dell’intera famiglia. Le stesse mani che durante la ricreazione giocano insabbiandosi, o cercando un ritmo a suono di canzoncine allegre, sono le stesse mani che mi chiedono sottovoce di scrivere un bigliettino per la mamma che è molto triste, perché recentemente ha perso la sorella assassinata dal marito.

Sarah durante il suo servizio a scuolaSovrappongo la mia mano alla loro, vedo la metafora del mondo racchiusa in quell’insieme di dita attorcigliate, come se insieme sapessero che possono lottare e creare, in quella silenziosa e pacifica lotta tra libri e operazioni, lotta che si cela nel prezioso momento in cui si sta insieme l’un per l’altro, giocando, imparando, capendo l’origine di un pianto, risolvendo la ragione di un bisticcio o cercando di sapere il perché di una mattinata particolarmente triste.
Questi sono i sentieri di vita che mi trovo a percorrere quando sono insieme ai miei piccoli wawas, i bambini che riempiono le mie mattinate nella scuola ‘‘Yachay Wasi’’. Piano piano entro nella vita di questi pargoletti dai lunghi capelli intrecciati e gli infiniti occhi scuri e cerco di buttarmi a capofitto nel loro presente, li guardo crescere e sono felice di poter essere lì, condividendo un racconto o un nuovo dente spuntato; mentre mi chiedo su quale sarà il loro futuro, su cosa realmente succede al di fuori di quelle quattro mura della scuola.

In tutto ciò, in questo essere presenti e preoccuparsi, si racchiude il senso del nostro essere qui, svolgendo il Servizio Civile nelle sue mille sfaccettature. È chiedersi come poter migliorare, è educare alla pace, all’amore per la conoscenza, al rispetto,

 alla convivenza, è collaborare con gli altri per crescere insieme.

Vivo in un mondo totalmente diverso da quello in cui sono cresciuta e mentre i giorni scivolano rincorrendo il padre sole che trotta nel cielo, rifletto sul mio essere qui, come volontaria in Ecuador: guardo al mio passato in Europa e vedo i mille 

colori che tingono la Terra, le infinite culture e tradizioni, i diversi modi di vivere che possono sbocciare su questo splendido pianeta, e allo stesso tempo mi trovo a conoscere condizioni di disagio, povertà, la violenza che si insidia nella società, attraverso un ematoma che compare sulla pelle di un bimbo, o conoscendo racconti che pensavi si trovassero solo sui giornali, attraverso la visione delle case che si stagliano sul paesaggio urbano di Quito, case che stanno in piedi per un filo, case che nel mio immaginario esistevano solo in un remoto passato e che ora sono il focolare di qualcuno.

Eppure in questo caos di nubi che avvolgono le persone e le terre, a forza di essere un vento con occhi e gambe che vaga tra diversi angoli del mondo per conoscerne i suoi sentieri, tra palmi di mani, sguardi e paesaggi, si impara ad avanzare tra cammini segreti, anche quelli che fanno paura e spaventano. Allora cogli la mano di chi ti rassicura, la stringi forte e affronti il buio e poi, in qualche modo, senti che i viaggi dei destini si stanno incrociando, che questo ti dà pace, che sempre potrai crescere, nell’oscurità e nella luce, nelle lacrime e nei sorrisi.


La scuola

È bello poter provare tutto questo, succede quando due culture diverse si guardano e si scrutano, curiose di conoscere un fratello mai incontrato, succede quando un bambino ti chiede aiuto perché vuole imparare, succede quando ti dai man forte con gli altri volontari, succede quando affronti un momento buio e poi lo superi, succede quando ti rendi conto che stai facendo tutto questo per qualcosa di più grande. Sono sensazioni che ogni tanto fanno capolino dando un senso a tutto quello che succede attorno, come se d’improvviso il puzzle si completasse e si potesse contemplare, seppure nelle sue incomprensioni, seppure con le sue zone d’ombra. D’altronde il libro del mondo è un po’ così, con scritture a volte impossibili da leggere e con le parole più belle che possano esistere.