Calendario

Lunedì, 24 Aprile 2017 09:29

“Odilla Nauturpan Colipan" - Historia de una mujer mapuche

Scritto da Alessandra Gennari, Casco Bianco Apg23 a Valdivia, Cile
Odilla con Elias presso la Casa Famiglia di Apg23 dove vivono a Valdivia, Cile Odilla con Elias presso la Casa Famiglia di Apg23 dove vivono a Valdivia, Cile CB Apg23
Odilla ha 34 anni, è di origine Mapuche, e vive oggi una vita serena ricca di sogni ed aspettative. Nella sua semplicità non si rende conto di molte ingiustizie perpetrate nei suoi confronti, ma lei, com'è tipico del suo fiero popolo, non si arrende. "Il racconto è una cosa fondamentale - diceva Sergio Finardi qualche anno fa in occasione di un Convegno - serve ad altra gente per comprendere e soprattutto serve ai senza voce per ritrovarla": grazie all'incontro con Odilla, in Alessandra è nato il desiderio di approfondire la storia e la vita del popolo Mapuche, chissà che l'eco delle sue parole arrivi anche più lontano.

Sono Alessandra e sono un casco bianco. Sto svolgendo il servizio civile in Cile, in una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII a Valdivia e condivido la mia quotidianità, tra gli altri, con Odilla, una signora mapuche, e suo figlio Elias di 3 anni.

Ascoltando la sua storia è nato in me il desiderio di approfondire, di documentarmi e informarmi sulle violazioni subite e che tuttora si attuano nei confronti di questa popolazione indigena, espropriata delle terre e confinata, non riconosciuta, discriminata. Questo cammino di conoscenza e diffusione è iniziato attraverso la storia di Odilla, accolta con amore quando Elias aveva appena un mese nella famiglia di Tito e Jaqueline.

 

L'intervista ad Odilla

Per comprendere meglio l’intervista che segue e contestualizzarne le parole, è necessario rendervi partecipi dell’infanzia e della crescita di questa donna. Odilla è nata con un lieve ritardo mentale, accentuato dal fatto che fin da piccola nessuno ha mai creduto/investito energie per aiutarla a sviluppare al meglio le sue potenzialità. La figura materna è stata dominante e l’ha educata per il lavoro nel campo e le mansioni domestiche restringendo fortemente le sue libertà. La stessa madre non ha dedicato molto tempo a tramandare l’idioma e la cultura mapuche alla figlia, il poco che Odilla conosce l’ha appreso per osmosi, ascoltando e osservando quello che la circondava. I genitori la ripudiarono perché rimase incinta e tutto d’un tratto la sua vita cambiò, passò da una comunità mapuche rurale, semplice, serrata e basata sul baratto, alla strada, in una città nuova, senza una casa o mezzi di sostentamento economici.

Ora Odilla ha 34 anni e vive una vita serena con sogni e aspettative. Nella sua semplicità non si rende conto di molte ingiustizie perpetrate nei suoi confronti o della disuguaglianza di trattamento che incontra quotidianamente: quando cerca lavoro ha notevoli difficoltà, il sistema la discrimina e la scarta per il suo lieve ritardo, per i suoi tratti somatici e per la sua bassa scolarizzazione. Il mondo Occidentale la cataloga come ignorante, eppure lei era molto valida nella sua terra, lavorava nel campo, aveva un ruolo importante.

Le figure principali delle comunità mapuche, Lonko (capo) e Machi (guaritrice), non necessitano di saper leggere o scrivere, sono ruoli riconosciuti in un contesto spirituale e non certo di doti scolari, sono uomini di terra con una connessione profonda alla natura. Odilla è stata sradicata dalle suo origini, in un contesto che non le appartiene completamente, in una società che non riconosce il suo valore come essere umano, però lo stesso non si arrende, com’è tipico del suo fiero popolo, e cerca di trovare una nuova casa, di creare un futuro per Elias pur non dimenticando le sue radici e desiderando che in un futuro il figlio le possa recuperare.

Ecco Odilla che si racconta…


Presentati: ‘Bueno’, il mio nome è Odilla Nauturpan, sono nata a Panguipulli.

 

Come era composta la tua famiglia d’origine? La mia famiglia è indigena ed è composta da mio fratello Mario, mio padre Bernardo e mia madre Juana.

 

Cosa ricordi della tua infanzia? Giocai molto, quasi sempre sola perchè mio fratello era più grande di 10 anni, mi sedevo fuori nell’erba e giocavo con la terra.

 

Avevi amici nelle vicinanze della tua abitazione? Più che amici c’erano delle famiglie, però nel campo è così, ognuno nella sua ‘ruca’ (casa mapuche). Abbiamo una forma di pensiero differente rispetto alla gente di paese, per questo io crebbi come un’individualista. Solo più tardi, a scuola, ho condiviso giochi con altri bambini, ma quando arrivavo a casa ritornavo alla mia solitudine.

 

A che età iniziasti la scuola? All’età di 7 anni iniziai il ‘primero basico’, mi piaceva...più che altro per giocare perché per apprendere avevo difficoltà e il professore non mi aiutò molto. La scuola era a 4 kilometri da casa mia, vivevamo sulla Cordigliera e non avevamo l’auto, quindi la raggiungevamo camminando. Nei giorni di pioggia, perché non ci bagnassimo, ci accompagnava mio padre con l’ombrello. Io e mi fratello non sapevamo cosa fosse lo zaino, usavamo le borse di plastica del supermercato. Il nostro era un collegio di campo, si poteva andare senza uniforme, l’importante era lavarsi bene i capelli e i denti.

 

Nel periodo scolastico lavoravi? Sì, sempre. Quando arrivavo a casa dovevo lavorare nel campo con mio padre per raccogliere patate, tagliare legna, pascolare le pecore, andare a prendere l’acqua al fiume e poi naturalmente le mansioni domestiche. Mia madre sapeva tessere la lana con la tecnica mapuche, creava delle mantelle, delle coperte. Una volta provò ad insegnarmi ma io non riuscì ad apprendere. Mi ritirarono dalla scuola quando avevo 14 anni e da lì in poi lavorai sempre nella terra.

 

Anche tuo fratello? No, mio fratello andò a lavorare al nord perché non voleva lavorare nel campo, mio padre glielo permise. Passò sereno e tranquillo un periodo, poi, a 24 anni, manifestò un disturbo psichiatrico e dovette tornare a casa. La mia famiglia gli disse: “Non puoi andartene lontano, se ti succede qualcosa!”. Mario si trasformò in un bambino, era necessario stargli sempre accanto. Anch’io aiutavo! La notte lui non dormiva mai, io vigilavo senza chiudere occhio ascoltandolo, diceva cose senza senso...eravamo preoccupati potesse andarsene di casa, disturbare i vicini o addirittura suicidarsi. La stanchezza per le notti insonni fu così grande che tutt’ora oggi ne risento. L’unica medicina di cui disponevamo era un calmante che lo faceva riposare per 2h, non aveva ancora l’iniezione che utilizza attualmente per il disturbo di personalità. A causa di questa malattia, nel 2008, lo ponemmo a vivere in un ospizio a Valdivia, io avevo all’incirca 25 anni. I miei genitori si videro incapaci di accudirlo oltre: “Non possiamo fare di più per questo ragazzo. Come padre so che questa decisione mi farà soffrire tutta la vita, morirò con questo dolore, però siamo troppo pochi per accudirlo!”. I vicini ci aiutarono alcune notti, però, dopo un po’ di tempo, si stancarono perché tutti avevano il proprio lavoro in casa, sono gente di terra.

 

La comunità mapuche ha cercato di fare qualcosa per lui? Provammo con la medicina mapuche, chiamammo una ‘Machi’ (guaritrice), 200000$ (290E circa) per il trattamento. Pregò 2 notti intere con il suo spirito, però non servì a nulla.

 

La tua famiglia partecipava alla comunità mapuche? Sì, mia madre andava alle riunioni (‘rogativas’). Oggi, nella mia comunità d’appartenenza, non si svolgono più perché sono venute meno le persone competenti, alcune figure fondamentali morirono e altri si convertirono al cristianesimo.

 

Cosa ti rimane nel cuore della cultura mapuche?  Io sempre sento il vincolo che mi lega, anche se mi resta solo il cognome e non sono riuscita ad apprendere l’idioma, sebbene lo capisca. Sono orgogliosa del mio colore, d’essere indigena, e non mi sento inferiore agli altri. Quando ero piccola sempre chiedevo a mia madre: “Mamma perché sono ‘morena’?”, mi rifiutavo per la pelle scura. Lei mi rispondeva: “Questo è il colore della terra, non siamo neri, siamo ‘moreni’. Questo tu devi sempre averlo chiaro: abbiamo le stesse potenzialità intellettive di uno spagnolo, quindi sii orgogliosa delle tue origini”

 

Ti piacerebbe ritornare alla tua terra? Sì, mi piacerebbe fra 20 anni, ora voglio pensare ad Elias! Nello stesso tempo però mi chiedo: “A 60 anni cosa vado a fare là? Mia madre non ci sarà più, mio padre è morto, mio fratello vive qui a Valdivia dove sono ora”. Non so, perchè mi piace anche la vita che sto vivendo adesso, poter comprare il cibo...sono diventata una cittadina. Se ritornassi a casa, come prima cosa ricomincerei di nuovo a preparare pietanze a base di grano come faceva mia madre, mi mancano molto.

 

Perchè te ne sei andata? È stata una questione culturale. Quando mia madre si sposò, i suoi genitori le dissero: “Vai e non tornare mai più!”. Quindi, nel momento in cui le dissi che ero incinta, lei ha fatto lo stesso con me. Mi disse: “Qui ci sono le tue cose e il tuo sacco, riuniscile e domani stesso te ne vai! Per me fa lo stesso se ti sposi con il padre di tuo figlio o no, se terrai questo figlio o no, a me non importa!”. Io non feci in tempo a chiederle perdono, non avrei mai pensato che mi avrebbe trattato nello stesso modo in cui i miei nonni la trattarono...ma alla fine lo fece e per molto tempo la odiai. Qualcuno mi chiede: “Se succedesse lo stesso ad Elias, tu come ti comporteresti?”, io rispondo che è una bella cosa, non lascerei mai soffrire mio figlio come io ho sofferto a causa di mia madre.

 

Che hai fatto dopo? Arrivai a Valdivia , non conoscevo nessuno, c’era solo mio fratello che bussò a molte porte per chiedere aiuto. Tutti lo redarguivano: “Perchè ti fai coinvolgere? Tu hai la tua vita, tua sorella è una donna adulta e conosceva le conseguenze!”. Per un mese vivì nel suo ospizio, però potevo solo dormire la notte e la mattina me ne andavo. La mia casa giornaliera fu la Piazza della Repubblica, era inverno e stavo seduta su una panchina al freddo, incinta di 4 mesi. Questo è il motivo per cui la Piazza di Valdivia mi attira, quando non ho niente da fare vado a sedermi sulla stessa panchina e ricordo. Dopo questo mese, riuscì ad entrare nella casa della ‘Madre campesina’ perché non potevo stare oltre da mio fratello. Era una struttura di passaggio in cui le future mamma potevano soggiornare giusto una settimana fra pre e post parto, invece a me mancavano ancora molti mesi al termine! Non volevano ricevermi, dicevano: “Questa ci tocca tenerla mesi!”, allora l’assistente rispondeva: “ E dove volete che vada?! Non può stare tutto l’inverno fuori per strada, è incinta!”. Qui passai molto tempo, però, giusto l’ultimo mese prima del parto, litigai fortemente con la direttrice e mi cacciò. Credo fece questo a causa del mio essere mapuche, sentii molta rabbia. Mi mandava a tagliare i capelli cortissimi come un uomo perché le docce fossero più rapide e mi obbligava a lavarmi tutti i giorni. Io contestai la questione del taglio di capelli e lei così mi rispose: “Tu te ne vai! Una persona che mette in discussione i miei ordini non la voglio qui. Questo è il tuo zaino (dove io tenevo lo shampoo e i vestiti)!”. Andai a vivere in un accampamento da un’amica umile e mite, la conobbi al consultorio interno e lì terminai il mio ultimo mese di gravidanza. Dopo il parto in ospedale mi recai direttamente nella casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, l’altra opzione era un istituto a Temuco, ma l’idea fu quella di non alloggiarmi lontana da mio fratello Mario. L’assistente che mi seguiva era cattolica, aveva molti contatti con la curia e conosceva la comunità di don Oreste. La signora Jaqueline (mamma della casa famiglia) mi aiutò a crescere Elias, è stata una guarigione lunga...infatti ero depressa, non avevo voglia di fare nulla. La sofferenza maggiore era la questione del padre di mio figlio: non voleva vederci o avere a che fare con noi. Ora ho superato questa cosa, non mi sento più triste, ho dimenticato tutto, ho accettato che Elias crescerà avendo me come padre e madre.

 

Da quando hai lasciato la casa dei tuoi genitori, ti senti accolta nella società? Sì certo, mi sento accolta.

 

E il fatto che nell’ultimo lavoro non ti abbiano pagato tutto il denaro pattuito accusandoti di sottrarre merce o, per esempio, altre piccole cose che accadono solo a te e non alle tue colleghe? No no, non c’entra, lo stesso io mi sento bene.

 

Che tipo di impieghi hai svolto o svolgi? Ora mi prendo cura di una signora anziana per 150000$ (circa 215E) al mese e lavoro 30h settimanali. Prima lavoravo nella feria (mercato) dividendo la frutta e la verdura che iniziavano a marcire da quelle ancora buone.

 

Ora che sono passati anni, vedi tua madre? La vidi per il funerale di mio padre, bevemmo mate, conversammo...ora abbiamo una relazione nuova, diversa, capisco che è sola e anziana. Non nutro più odio nei suoi confronti, mi chiese perdono e raggiunsi una certa tranquillità. Mi chiama spesso per telefono però non mi ha mai chiesto di Elias...non lo accetterà mai. Morirà con questa convinzione. Io sempre aspetto una domanda come: “Allora alla fine cosa hai fatto con tuo figlio?”, ma niente. Anche mio fratello va spesso a trovarla.

 

Hai contatti con familiari o altri membri di comunità? Si, Don Ramon Catriquir Colipan, quasi uno zio, cugino di mia madre, mi chiama sempre. Lui ha un nipote. Sua figlia di 21 anni è ragazza madre, ma a differenza della mia situazione, don Ramon l’ha accettato. Poi sento un altro zio che abita a Punta Arenas, fratello di mio padre. Si trasferì dopo il servizio militare per lavorare nelle miniere del sud, si sposò con una donna di origine spagnola di Chiloè e si convertì al cattolicesimo.

 

Cosa significa per te essere mapuche? Coincide con l’essere cilena, io sono indigena, nativa! Significa che sono della terra, di questa terra, non sono straniera. Abitiamo tutti lo stesso paese, il Cile.

 

Pensi di parlare della cultura mapuche a tuo figlio? Sì certo! Sono sicura Elias riuscirà ad apprendere la lingua mapuche all’università interculturale. Ho un cugino che non sapeva parlare bene il ‘mapudungun’, poi studiò e si perfezionò all’università Cattolica di Temuco e ora può conversare tranquillamente con mia madre. Io racconterò poco a poco quello che mi ricordo, tutto quello che so, che mi rimane. Sebbene io non sia riuscita ad apprendere l’idioma dei miei genitori, mi piacerebbe che mio figlio lo parlasse, sarebbe una gioia grande.

 

Cosa ti piacerebbe fare/essere da grande? Per ora devo lavorare per mio figlio, ma quando Elias sarà indipendente mi piacerebbe creare il mio proprio lavoro, andare per strada a vendere..non so, ‘sopaipilla’ o ‘pan amasado’ fatti da me, senza essere alle dipendenze di nessuno, potendo decidere i miei orari.

 

Cosa speri per Elias e per la tua famiglia? Di avere una nostra casa, le nostre cose, il nostro denaro, sarei felice con la mia indipendenza! Spero che ad Elias vada sempre tutto bene, che possa studiare, che trovi un lavoro in un ufficio o come professore...che si realizzi pienamente fino a dove la sua mente lo può portare. E che io possa dire: “Meno male che non deve faticare come ho faticato io, sentirsi mortificato, camminare perché manca l’auto!”. Se mio figlio avrà un buon lavoro, non so, magari potrebbe imparare a guidare e comprare una macchina. E infine, so che sarà intelligente, il padre è un grande lavoratore, fa i ‘kuches’ giganti!

 

 

Altro in questa categoria: « Lettera alla famiglia che mi aspetta