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Giovedì, 01 Maggio 2008 11:18

Il fascino decadente di Maputo

Scritto da Selene Miranda
Visita a una città dal passato coloniale, oggi specchio di molte contraddizioni.

“Esta terra é doce”, mi ha detto ieri Matchume. Commentava le mie uscite mezzo mozambicane, che insieme al portoghese lisboeta, l’accento e le espressioni italiane (in realtà dialettali!) fanno tanto ridere i miei amici. È facile ambientarsi qui, questa terra è dolce, ti accoglie facilmente. Facilmente puoi appropriartene un poco, e sentirti a casa. Il jeito (propensione, attitudine) mozambicano è molto positivo con gli stranieri.

A Maputo i bianchi sono sempre stati tanti, anzi molti più di ora. Per tante ragioni: una città di mare, un porto, le navi dall’Europa, i commerci con l’Asia, la vicinanza col Sudafrica. E poi la colonizzazione alla portoghese, un’impronta tanto più visibile per chi conosce Lisbona e la storia dell’ultimo impero coloniale al mondo. I portoghesi avevano cercato di forgiare questa terra a immagine e somiglianza della madrepatria, e nella stessa scelta della localizzazione geografica di Maputo incontro e ritrovo similitudini con Lisboa. Dopo la parte alta della città, c’é una Baixa che termina gradatamente sul fiume, cuore commerciale della città. Un battello che ti porta dall’altro lato, e all’improvviso è calma, campagna, case con un cortile ombreggiato dai manghi: siamo a Catembe. Una spiaggia che ti restituisce una bella vista della città dall’altro lato, con il suo mare, i suoi edifici portoghesi, la guglia della cattedrale che emerge, i palazzoni che da lontano non disturbano l’insieme.

Deve essere stata bella questa città. Dalle parole di chi ha goduto i privilegi dello status coloniale emerge sempre nostalgia e senso di “grandeur” per quei tempi andati, per quell’immagine di tranquillità e pulizia che ormai la città conserva solo se vista da lontano. I portoghesi si erano preoccupati di fare del centro di Maputo un piccolo, controllato parco giochi per poter trascorrere domeniche tranquille. Gli edifici coloniali, la Praça dos Touros, la Feira Popular, il Mercato Municipale, la Estação dos Comboios, persino nella disposizione fisica imitano l’antica capitale dell’impero. Oggi sono spazi snaturati, riadattati al tempo ed al luogo, quasi una buffa parodia di quello per cui erano stati concepiti.
L’arena della tourada oggi è a pezzi; nella fiera popolare le giostre sono rotte o in disuso, e funzionano solo per adolescenti indiani che hanno un po’ di soldi da spendere; il mercato municipale è un’accozzaglia disordinata di bancarelle e venditori informali; la stazione dei treni collega Maputo solo con Ressano Garcia e Marracuene, e il treno ci mette 2 ore e mezza a fare 60 km. Sempre che non faccia ritardo!
Negli anni Cinquanta e Sessanta erano tanti i portoghesi qui. E come a Luanda, e a Bissau, avevano occupato tutti i posti disponibili. Segretarie, piccoli contabili, commercianti, erano tutti posti ambiti per la piccola borghesia metropolitana assetata di una libertà di movimento che in patria il fascismo salazarista non gli permetteva.
L’Alto Maè è il quartiere meno pretenzioso della città di cemento, lontano dalle ampie strade alberate della zona delle ambasciate e dalla bella vista sul lungo mare dell’Avenida Engels. È il quartiere più “sgarrupato”, che nei suoi margini cede alla criminalità di Mafalala e del Mercato Stella. Nessuna meraviglia che sia abitato per lo più da neri. Meraviglia invece è stato scoprire che fino al ‘74 era abitato esclusivamente da bianchi, quel ceto piccolo borghese che si era trasferito qui in massa attratto dalla possibilità di una ricchezza facile, dalle ambizioni frustrate di grandezza e di comando, e che poi se ne è andato di corsa appena finita la garanzia dell’esercito portoghese ad assicurare l’ordine, spaventato dall’evolvere degli eventi, dalla perdita degli immensi privilegi, dal terrore di finire ammazzato.

Eppure Maputo, camminando sui suoi marciapiedi inesistenti, tra il traffico pericoloso, le acque stagnanti e i pezzetti di asfalto tra le voragini delle strade, conserva un suo fascino coloniale. Lo stretto, chiuso spazio della città di cemento era un fiorire di giardini e spazi verdi, ed emana ancora un sentore di passeggiate ombreggiate dagli alberi secolari del Giardino Botanico, di lunghi caldi pomeriggi di mogli e figlie passati ad aspettare nelle verande gli uomini che tornavano dai negozi, dai ministeri, dalla guerra. Ancora oggi, in pieno centro, dalle grosse acacie disseminate nella città spuntano grossi lucertoloni (piccoli iguana) dai colori sgargianti. Oggi Maputo, è una città decaduta, sporca e trafficata, densa e piena di vita come tante altre città africane, eppure è affascinante scoprire qua e là le antiche isole di benessere che la città conserva ancora. Ventilate passeggiate sul lungomare intervallato dai cocchi, nascondono pericoli inaspettati, gruppi di giovani senza speranza né passato vivono nelle macchie di mato (campagna, macchie verdi) ai margini della città, sono i cosiddetti marginais, che vivono di assalti e piccoli furti. Oggi Maputo ha un po’ perso il contrasto tra la facciata portoghese e i bairos africani. I vecchi passatempi portoghesi sono marciti, sono rimaste solo le tostas mistas nelle pastelarias del centro, e in compenso sono sorti vari KFC. Il linguaggio dei giovani è infarcito di americanismi, ed è stato inaugurato meno di un anno fa il nuovo monumento al kitsch, lo splendente Maputo Shopping Centre: 7 piani illuminati a giorno, una struttura che sembra di stare a Gardaland, un’aria condizionata così forte che ti spacca le ossa quando entri. Dall’altro lato i quartieri, che brulicano di tante piccole attività commerciali informali: si vende di tutto. Tutto in dosi micro, tutto molto caro. Sempre il minimo indispensabile per tirare avanti un’altra giornata. Le due imprese di telefonia mobile mozambicana si contendono in una lotta serrata ogni muro di casa, ogni negozietto e baracca. Mcel o Vodacom? È stato il primo dilemma che ho avuto all’uscita dell’aeroporto. Nelle case dei quartieri manca il bagno, ma non la televisione e il cellulare. E soprattutto non manca mai la birra, le uniche le 2 fabbriche mozambicane che non hanno mai chiuso durante la guerra e che producono tra l’altro ben 2 varietà di birra scura locale.

Qui il fine settimana tira un’aria di festa, cominciano a scorrere fiumi di alcol e le discoteche e le baracche si riempiono di ballerini e di allegria facile. Fino alle 8 della domenica mattina ogni scusa è buona per continuare a ballare, ceto sociale e soldi in tasca non fanno differenza. Il sabato e la domenica la spiaggia di Costa do Sol si riempie di vecchi e giovani, davvero non c’è spazio per camminare. Un recente proverbio mozambicano dice che andare a Costa do Sol la domenica è l’unico modo per rincontrare la gente che avevi perso di vista da anni. Un’impresa sudafricana di riciclaggio della latta, Pagalata, ha costruito la sua fortuna grazie a costa do Sol, e alle centinaia di lattine abbandonate in spiaggia nelle notti interminabili. È bello, è facile passeggiare per Maputo e sentirsi a proprio agio. La città è cambiata tanto dalla vigilia dell’indipendenza ad oggi, ma con i bianchi continua ad esserci quella familiarità così rara nei paesi dell’Africa di colonizzazione anglosassone. Il fine settimana la gente per strada cambia volto, comincia a sorriderti semplicemente. L’altro giorno mi si è avvicinato un bel ragazzo con un fiore giallo sgargiante appoggiato sull’orecchio, mi ha proposto gentilmente di accompagnarmi in giro per la città, si vedeva che ero straniera e magari mi avrebbe fatto piacere avere una compagnia e una guida. Io ho rifiutato, da noi non si usa. Ma un po’ mi è dispiaciuto, quel ragazzo, col suo bel sorriso e il suo fiore giallo mi è sembrato la quintessenza della mozambicanità.