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Venerdì, 18 Gennaio 2008 11:16

Un mattino al mercato

Scritto da Elena Scaroni
Sementi al mercato di Kathwana, Kenya. Sementi al mercato di Kathwana, Kenya. Cb FOCSIV, 2008
Un gruppo di volontari dell’ospedale di Matiri, si reca a piedi al mercato di Kathwana, alla scoperta di un mattino di dicembre africano. Durante il percorso si uniscono al gruppo nuovi compagni di viaggio, anche solo per brevi tratti

I preparativi

Un sabato mattina limpido e assolato. Andiamo al mercato di Kathwana. Raccogliamo già dalla sera prima un manipolo di coraggiosi: il mercato a piedi è abbastanza lontano, si tratta di due ore di camminata sotto il sole. La mattina dopo, il manipolo si è già assottigliato. Alla fine, dopo vari ripensamenti, chi si era tirato indietro decide di unirsi comunque al gruppo: chi armato di Imodium e chi di tanti fazzoletti, pronti ad allontanarsi e trovare rifugio in un cespuglio se necessario.
Bottiglie d’acqua, cappelli, qualche biscottino, creme protezione 40, qualche scellino ed un mezzo appuntamento con il nostro autista Edward, che, di ritorno da una commissione ad Embu, passerà a prenderci: all’una, alle due, forse alle tre. Ma chissà, forse prenderemo il pullman per tornare a casa, un vero matatu. Del resto se tutto fosse facile, rapido ed indolore, che esperienza sarebbe? L’idea, molto romantica e naive, è quella di vivere una giornata come la vive un keniota del Tharaka: noi abbiamo scarpe buone ma andiamo al mercato proprio come chiunque altro, perché è sabato e si fanno buoni affari a Kathawana.
Dopo eterni preparativi ci avventuriamo per la strada che scende dal villaggio: siamo sei (Luciana, Sonia, Marianna ed io, in più i campisti Alfio e Davide) e ben motivati. Finalmente possiamo goderci la ricca vegetazione di questa stagione delle piogge, che vediamo di solito solo distrattamente negli scossoni dell’ambulanza. Ci manteniamo ben al centro della strada, tanto i mezzi sono rarissimi.

I bambini del villaggio

Già a pochi metri dal nostro ospedale, abbiamo i primi “compagni” del nostro viaggio. E’ incredibile quanti incontri si possano fare in questo Paese, semplicemente uscendo di casa.
Un gruppetto di bambini sul metro e venti ci si avvicina e chiede : “Caramela, caramela”.
Come sanno bene tutti quelli che sono passati per Matiri, in tutta l’area del villaggio, i bambini ma anche gli adulti, chiedono a noi muzungu , delle caramelle in dono, così, in italiano. Alcuni italiani che ci hanno preceduto hanno iniziato questa usanza ed ora, tanti, anche tra i più piccoli, non si rivolgono a noi se non in questo modo.
I bambini sembrano ben determinati a ottenere qualcosa: si presentano e ci chiedono dove andiamo e alla nostra risposta ci comunicano che saranno le nostre guide fino alla nostra meta. Parlottano inglese e mi capiscono: dico loro che non abbiamo alcun bisogno di una guida per Kathwana. La strada la conosciamo bene e, se proprio vogliono accompagnarci, è solo perché anche loro vogliono andare al mercato proprio come noi. Non sono convinti, insistono e dicono che senz’altro ci perderemo senza il loro aiuto, che abbiamo bisogno di loro e cominciano a guardarci in modo canzonatorio. Purtroppo non possiamo che iniziare ad ignorarli ed è un dispiacere a cui ci stiamo abituando, poco a poco. E’ difficile che ci vedano come qualcuno con cui parlare per il piacere del confronto: inevitabilmente noi siamo, ai loro occhi, dei salvadanai con due braccia e due gambe pallide.

Joseph

I bambini si sono stancati di insistere e tornano indietro: arriviamo all’incrocio, in fondo alla discesa, ed è lì che incontriamo un bel gruppetto, soprattutto uomini che spingono la bicicletta a mano sulla nuova salita che tocca anche noi.
Subito, come è tipico da queste parti, uno di loro comincia a parlarci. Penso che questo possa essere un vero compagno di viaggio, è gentile, parla bene inglese ed andiamo di sicuro nella stessa direzione. Si chiama Joseph e non conosce neanche una parola di italiano. “Che meraviglia!”, ci diciamo tra noi, “ci siamo allontanati dall’influenza culturale italiana su Matiri”. E’ ben vestito e ci dice che è di ritorno, insieme ad amici e parenti, da una cerimonia.
E’ la metà di dicembre, e come è tradizione in tutta la regione, il periodo che segue la chiusura dell’anno scolastico alla fine di novembre, è il momento delle circoncisioni, sia per i bambini che per le bambine. La cerimonia di cui ci parla è la circoncisione di suo fratello minore, un ragazzo sui tredici anni. Il fratello, dopo essere stato circonciso non è più uscito da casa, deve riposarsi a lungo, per giorni. Tra me e me penso che forse dovrà anche riprendersi dallo shock! Tutti gli altri partecipanti alla festa, Joseph compreso, hanno invece continuato a festeggiare con canti e balli per le strade fino all’alba ed ora stanno tornando a casa.
Joseph è un tipo non comune, alto e magro, disinvolto e pacato allo stesso tempo. Non riesco a non chiedergli che lavoro svolga, incontrando la viva disapprovazione dei miei compagni italiani. Ebbene, Joseph è una sorta di artista e come lavoro crea delle collanine: tramite un amico, fino a qualche tempo fa riusciva a venderle in Sudafrica, ricevendo in cambio un po’ di soldi e abiti sudafricani. Oggi una crisi economica generalizzata fa sì che il suo amico non venda più nulla: come temevamo, al momento Joseph è disoccupato.

La valle del Tharaka

Continuiamo il nostro percorso e superato il crinale di una collina, si apre davanti a noi una vallata di cui non vediamo i confini. Colline e prati verdi; qua e là dei familiari ed eleganti eucaliptus e perfino qualche alta e magra palma solitaria. Molte persone sono attorno a noi: praticamente tutte seguono la nostra stessa destinazione e si dirigono a passi ben più veloci dei nostri o sfrecciando in bicicletta, senza dubbio al mercato di Kathwana!
Una signora porta dei polli vivi, qualcuno delle fascine di non sappiamo bene quale pianta, una coppia è elegantissima e lui, sotto ad un sole accecante e più di trenta gradi, porta un completo scuro con tanto di giacca, cravatta e scarpe eleganti ai piedi. Noi siamo già visibilmente provati, le magliette stropicciate, i cappellini impolverati, le braccia arrossate: loro sono perfetti, senza, diremmo noi, un capello fuori posto.
All’orizzonte, verso Occidente, ci appaiono all’improvviso le due cime del monte Kenya. E’ Marianna a notarle per prima. Di rado riusciamo a scorgerle dal nostro ospedale, con le immancabili nuvole attorno. Viviamo alle pendici di questo Monte e lo sentiamo ormai come se fosse quasi una figura paterna. Eppure un padre troppo distante ed indifferente alle vite dei suoi figli!
Ci avviciniamo a Mutonga, un villaggio che sorge nei pressi dell’omonimo fiume da cui traiamo l’acqua per vivere all’ospedale. Joseph ci dice che a un passo da qui si trova la sua casa e ci indica la Primary School dove ha studiato. Vuole proseguire con noi la passeggiata anziché tornare a casa: potrà mangiarsi una samosa al mercato. Proseguiamo ancora in sua compagnia e mi racconta che una volta gli è stato regalato un libro di tedesco e ha studiato un po’ questa lingua, senza poterla mai ascoltare e coltivando il sogno di andare a vivere in Germania. Non è mai più partito, perché la sua famiglia avrebbe sofferto troppo e poi perché, secondo la sua opinione, la Germania è razzista!
Ho un ragazzo tedesco ed ho un sussulto: senza riferirgli particolari sulla mia esperienza gli dico che la Germania ospita un milione di turchi oltre a moltissime altre comunità di stranieri e, semplificando, affermo che tutti vivono pacificamente in un Paese pulito ed ordinato. Scuote la testa, la mia argomentazione non sembra convincerlo.

Cb FOCSIV, 2008

Al ponte sul Mutonga

Il ponte sul Mutonga ormai si intravede da lontano ed è il momento in cui Joseph scopre le sue carte. “Andiamo al mercato insieme, e poi potete prendere qualche samosa anche per me.” Mi irrigidisco, sono delusa che Joseph abbia rovinato una bella conversazione. “Ma come puoi chiedermi una cosa del genere? Me lo chiedi solo perché sono una muzungu, altrimenti non mi avresti chiesto niente del genere.” – gli dico. “Non possiamo darti nulla,” – proseguo – “ né io né gli altri. Stiamo andando a fare spese per un ospedale: noi siamo dei volontari e proprio a noi chiedi dei soldi?”. 

Con una voce incerta Joseph comunque insiste: non ha preso i soldi a casa perché avrebbe dovuto lasciarci, non essendo passato da casa ora non sa come mangiare a Kathwana. Sono irremovibile e gli ribadisco la mia contrarietà: lui rimane un po’ in silenzio. Poi, forse pentito di essere stato sfrontato, mi dice che non c’è alcun problema, che è un piacere per lui parlare con noi e che anzi, ci scorterà fino al ponte per poi tornare indietro. Aggiunge che, quando ci saluterà, tornerà a casa e poi ci rivedremo al mercato più tardi. Si improvvisa addirittura guida turistica: ci racconta che il ponte sul Mutonga, un ponte solido di ferro, è stato costruito dai francesi, come dono da De Gaulle al Kenya negli anni Sessanta. Mi tranquillizzo, Joseph aveva davvero voglia di parlare con noi.
Arrivati sul ponte ci indica le donne e i bambini in riva al fiume, le donne chine a lavare i panni, i bambini saltellanti tra una pietra e l’altra. Ci dice che è pericoloso stare così vicino al fiume, perché è infestato dai coccodrilli e in passato sono accaduti tanti episodi spiacevoli. “All’alba o solo se si è particolarmente fortunati“- aggiunge – “ è possibile vedere qui anche qualche ippopotamo.”
Fa molto caldo e questa passeggiata non è stata leggera come speravamo e ancora manca un bel po’alla meta. Approfittiamo dell’ombra degli alberi vicino al ponte per rinfrescarci un po’, bere dell’acqua dalle nostre bottigliette e fumare anche una sigaretta. Joseph sta per tornare indietro ma si trattiene ancora per la nostra pausa. Ci chiede una sigaretta; Marianna gliene porge immediatamente una e senz’altro gliel’avrebbe offerta lei se lui non avesse chiesto; in fondo, penso io, se l’è proprio meritata.
Salutato Joseph, riprendiamo il nostro cammino di nuovo in salita, l’ultimo pendio, prima di una lunghissima dolce discesa fino al mercato. Siamo sulla terra rossa d’Africa, ancora stento a crederlo a due mesi dal mio arrivo in questo Paese. E siamo proprio come tutti gli altri, per una volta, senza mezzi, su una lunga strada isolata, fatta di sola terra e sassi, che si perde nella vallata sotto il sole.

Sulla pianura di Kathwana

Mentre camminiamo, tutti i viandanti si girano a guardarci e le ragazzine non riescono a trattenersi dal ridere. Ormai la maggior parte delle persone cammina in direzione opposta alla nostra, è mattinata piena, saranno le dieci, e forse si tratta di gente che viene via da Kathwana: le nostre nonne avrebbero detto che questa è l’ora per tornare dal mercato, non quella per andarci! 

Passa un camion stracarico di persone arrampicate su ogni sostegno: arranca sul terreno accidentato e polveroso. Ci sorpassa. Dall’alto c’è chi ci chiama, chi ci saluta e chi ride. Non è frequente vedere da queste parti dei muzungu in carovana a piedi e deve essere senz’altro una soddisfazione per un Paese che ha subito il colonialismo!
Ad un tratto il paesaggio si apre nuovamente, questa volta anche ad Oriente. Abbiamo da poco sorpassato sulla sinistra la nostra familiare Python Hill di cui normalmente vediamo sempre l’altro lato dalla terrazza del nostro tamarindo. Python Hill sembra essere un nome fittizio. Joseph ci aveva detto che questa collina ha tutt’altro nome, una parola in kitharaka che non ricordo, ma che nulla ha in comune con i pitoni e non se ne conosce una versione in inglese. Guardiamo la vallata verso la casa del Tamarindo e, ad un tratto, mi colpisce un minuscolo balenio di luce azzurra e rossa. Non è facile scorgere un colore diverso in mezzo a questa immensa vallata verde. MI sembra proprio di aver intravisto le tegole della nostra casa in primo piano e la lamiera azzurra forse della casa dei dottori, forse della pediatria subito a fianco. E’ una vera rivelazione per me. In un istante metto a fuoco dove ci troviamo noi e dove si trova il nostro ospedale, per una volta lontani dalle voci dei bambini della pediatria, lontani dalle risate giovani e dalla musica che risuonano nella nostra casa di volontari. Siamo soli, come sospesi nel vuoto.

Al mercato

Arriviamo finalmente al mercato. Abbiamo impiegato due ore intere di cammino, sono ormai le undici. Siamo stanchi, indolenziti, un po’ affamati e molto assetati. Dopo esserci concessi una bibita che dobbiamo bere senza cannuccia perché chi sa dove le vendono, incontriamo una nostra vecchia conoscenza. Kim, un ragazzo che ha un piccolo chiosco proprio davanti alla missione a Matiri, ora è a Kathwana ancora una volta dentro un baracchino di legno. Quando mi vede dall’oscurità del suo capanno mi dice sorridendo: “Ti raserei i capelli sui lati!” Rimango senza parole: sembrava tanto un bravo ragazzo e invece dà i numeri! Poi capiamo. Kim di sabato lavora qui come barbiere. Fa capolino dall’interno un poster con le pettinature da uomo del momento: ovviamente tutte per capelli crespi. Sembra però inutile un tale prospetto. qui in Kenya non c’è uomo che non tenga i capelli cortissimi!
Quando noi muzungu arriviamo tra i banchi e le ceste, c’è chi ride, c’è chi ci chiede di avvicinarci, c’è chi chiede il nostro nome. Preferiamo dividerci ed io con Luciana ci dirigiamo verso frutta e verdura. Alfio e Davide ci seguono fedeli con dei capienti zaini. Iniziano le contrattazioni. Di frutti della passione non vi è traccia in tutto il mercato, abbondano invece i mango. Cerchiamo con Luciana quelli che ci sembrano i migliori ma siamo decise a non comprarne più di una decina per ogni banchetto, per non favorire nessuno e per non farci imbrogliare dai primi prezzi che incontriamo: spuntiamo un prezzo di 6 KSH l’uno.
Giriamo ancora e ci fermiamo da un gruppo di donne che chiacchierano tra loro. Sembrano le uniche a non curarsi di noi in tutto il mercato. Solo la più giovane, seduta discretamente per terra, ci ascolta e ci dice che i mango sono a 5 KSH l’uno. Ne scegliamo una decina e vediamo che iniziamo a destare l’interesse di quella che sembra essere la padrona che infatti cessa di chiacchierare. Ne abbiamo scelti 10 e mettiamo la moneta da 50 KSH sul telo. Diciamo a voce alta in inglese: ecco i cinquanta scellini. La padrona sembra interdetta e poi decisamente contrariata: ci dice che costano dieci scellini l’uno e non soltanto cinque. Le rispondiamo che non è gentile cambiare il prezzo una volta che la negoziazione è terminata ma, che, se preferisce, possiamo andare a comprare da un’altra parte. Ci fissa, poi non dice più nulla. Continuando a fissarci ci lascia portare via i mango.
Tra i banchi incontriamo una ragazza che mi guarda e mi fa: “Silvia!” Silvia è il nome di chi ci ha preceduto lo scorso anno, in servizio civile a Matiri. Mi dice che si chiama Tabitha e, in effetti, ha un’aria familiare anche se certo non sono io Silvia. Era sua amica e mi chiede di salutargliela: le dico che sono a Matiri proprio per sostituire Silvia e mi chiedo se accadrà la stessa cosa tra un anno a chi mi sostituirà, se qualcuno qui tra un anno avrà voglia di ricordarmi con lo stesso entusiasmo!
E’ ormai l’una e ci ritroviamo alla fine degli acquisti tutti carichi di sacchi all’ingresso di Kathwana. Edward ci dice al telefono di essere ancora impegnato ad Embu e che non arriverà prima delle tre. Eppure ci rassicura: ha già contattato David, un altro autista, visto che questi è già in zona per delle commissioni alla vicina Karimi e che senz’altro potrà passare con la macchina argento. 

Inizia la nostra attesa: ci chiediamo se David abbia capito bene e chissà a che ore arriverà. Ci guardiamo intorno; di Joseph non abbiamo avuto più notizie e una capra al guinzaglio un po’ pulciosa e impudente si avvicina sempre più al tronco su cui ci siamo sistemati. Chiamiamo David al cellulare, ma il suo numero non è raggiungibile. Ci sentiamo un po’ in un gioco delle parti e, da bravi muzungu, davanti ad un problema per istinto ricorriamo subito a tutta la tecnologia a nostra disposizione. Proviamo e riproviamo e ancora ci risponde la voce del gestore telefonico. Chiediamo ad un anziano signore lì vicino se passerà un matatu diretto a Matiri: cortese e gioviale ci dice che proprio da dove siamo noi ne passeranno ben due. Ma non prima delle tre del pomeriggio. Forse ci toccherà davvero affrontare l’attesa del matatu delle tre, caricare tutti i nostri sacchi, prendere ancora più caldo, pressarci con la gente tra i sedili. Poi d’un tratto vediamo una macchina argento scintillante nel sole. E’ David, con il suo inconfondibile cappellino e il sorriso gentile tra i baffetti neri. Corriamo in un attimo tutti da lui come se non avessimo più sperato di incontrarlo e, con un balzo, i muzungu sono già tutti in macchina.

Cb FOCSIV, 2008