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Giovedì, 31 Gennaio 2008 11:10

Conflitto in Kenya: quando due elefanti lottano, è l’erba che viene schiacciata

Scritto da Andrea Mainini
Kenioti in rivolta Kenioti in rivolta Cb LVIA, 2008
Insensatamente, come tanti fili d’erba, i kenioti si trovano schiacciati dal carico grave di due potenti in lotta per appropriarsi del sedile migliore.

Si dice, in Africa, che quando due elefanti lottano uno contro l’altro, è l’erba ad essere schiacciata. La saggezza popolare che, come spesso accade, riesce a cogliere in un flash la complessità e la grandezza degli eventi, corre incontro anche a me, testimone oculare di quanto l’erba possa risentire, soffrire, patire e morire sotto il peso dei due elefanti agitati in lotta tra loro. Perché questo è ciò che accade nella terra che chiamo “casa” durante questo anno di servizio civile.

Il Kenya soffre. Il Kenya patisce per problemi che non lo riguardano, per motivi banalmente stupidi che non sono nemmeno lontanamente imputabili alle solite ragioni di religione, etnia o appartenenza tribale. E così, insensatamente, come tanti fili d’erba, i kenioti si trovano schiacciati dal carico grave di due potenti in lotta per appropriarsi del sedile migliore. Chi ha vinto le elezioni è accusato di brogli ma non cede il posto; chi le ha perse, altrettanto accusabile di brogli, non si accontenta di un posto in seconda fila: sarebbe un perfetto dialogo tra sordi, se almeno facessero lo sforzo di parlarsi! 

Al contrario, risulta evidentemente più comodo far discutere tra loro folle ignoranti di gente semplice armate dai soldi del partito ed esercito finanziato dallo Stato. Meraviglia che tutto ciò sia accaduto in Kenya, sempre preso come riferimento di stabilità e convivenza tollerante e pacifica in mezzo a nazioni problematiche come Rwanda, Burundi, Sudan o Somalia; vero è che in Kenya il tasso di corruzione è tra i più elevati al mondo, ma sembra proprio che questa volta non sia stato possibile accordarsi col solito metodo della bustarella o del favore, preferendo invece arrivare sull’orlo di una guerra civile.
È stato un crollo annunciato, o almeno così ho potuto capire dai discorsi della gente che ho conosciuto, ma nessuno avrebbe immaginato che si arrivasse a tanto: il popolo sapeva che Kibaki non avrebbe rinunciato alla poltrona molto facilmente e che Raila Odinga era disposto a tutto per portargliela via. Tuttavia non ne sono nati allarmismi, tutti dicevano “staremo a vedere”, e abbiamo visto! 250 mila persone hanno subito l’escalation di violenze, osservato la loro casa bruciare, il loro lavoro andare in fumo e le loro attività in cenere. Io stesso ero stato messo in guardia riguardo possibili disagi legati alla vita politica, ma nessuno avrebbe saputo predire che sarei addirittura arrivato a dover rientrare in Italia con urgenza per motivi di sicurezza personale.

La sede LVIA dove presto servizio, si trova a Meru, vicino al monte Kenya, a 230 km circa da Nairobi. Lì la situazione è tranquilla: la quotidianità non sembra molto scossa dai recenti eventi che hanno colpito la nazione, ma ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle che altre regioni vivono in un clima ben più acceso. Ho avuto la sfortuna di trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato: era da qualche giorno che parenti e amici continuavano ad assillarmi, con messaggi e telefonate, preoccupati per la mia sicurezza, ma io, trovandomi qualche chilometro a sud di Mombasa e non avendo avuto alcuna avvisaglia di pericolo, continuavo a sorprendermi di tutta questa loro agitazione e a tranquillizzarli. Solo quando mi sono diretto a Mombasa per prendere il treno per Nairobi ho capito il perché della loro apprensione: lungo il tragitto case bruciate, distributori di benzina disintegrati, auto e carri bruciati in mezzo alla strada a mo’ di barricata, scritte sui muri, persone armate… Fortunatamente non sono mai entrato in contatto diretto con il pericolo e ne ho visto solo il passaggio, ma l’impressione era proprio quella di essere dentro un film di guerra. Avrei dovuto prendere il treno, ma, contattata l’ambasciata a Nairobi e il Console di Mombasa, ho seguito il consiglio unanime che tutti mi davano: “vattene al più presto evitando treni e strade”. E così, consultato anche l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile ho preso il primo aereo di ritorno nel vecchio continente.
La situazione in Kenya è sempre imprevedibile e le notizie contrastanti: quando sembra che stiano per arrivare ad un accordo scoppiano violente manifestazioni col rischio di un definitivo crollo.

Il mondo è in attesa e tutti, dall’ONU, all’UE, dagli USA all’Unione Africana stanno cercando di ottenere una mediazione per una soluzione pacifica tra i due contendenti. Anche io nel mio piccolo attendo che la situazione si stabilizzi quanto basta per permettermi di rientrare a Meru ad occuparmi di problemi per cui la gente lotta quotidianamente mossa dalla necessità di sopravvivenza e non per rincorrere il sedile di una poltrona: il popolo aspetta l’acqua!

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