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Venerdì, 18 Gennaio 2008 14:16

Violenze sessuali in Burundi

Scritto da Alice Vendramin Perosa
Il conflitto armato ha incrementato il numero delle violenze, che aumentano anche all’interno delle famiglie e delle comunità. L’attitudine più diffusa è quella di incriminare la vittima, lasciar intendere che la violenza subita è sua responsabilità, e allontanarla dalla sua comunità. Una forma di oppressione a cui il sistema giudiziario non dà risposta, e davanti alla quale le donne sono senza strumenti, in particolare nelle zone rurali.

Sono circa 300.000 le persone che sono state uccise tra il 1993 e il 2003 in Burundi. Il conflitto ha provocato uno spostamento massiccio della popolazione verso l’interno del Paese e la partenza di profughi, essenzialmente verso la vicina Tanzania.

Durante la guerra civile le violenze si sono diffuse e sono diventate pratiche comuni sia di gruppi armati sia delle forze governative ed ancora oggi, malgrado la fine delle ostilità, sono ancora numerose. Anche la discriminazione verso le donne si è aggravata; in campi quali la sanità, l’educazione e l’alimentazione, settori in cui persistono gravi mancanze per la popolazione in generale, le donne e le ragazze giovani sono particolarmente svantaggiate.
Le autorità statali burundesi non prestano l’attenzione necessaria per impedire il ricorso alla violenza di cui le donne e le ragazze sono le vittime più numerose.
La frequenza delle violenze è generalmente attribuita al conflitto armato; tuttavia c’è una persistenza delle violenze sessuali anche all’interno delle famiglie e delle comunità. È difficile valutare la situazione attuale: il governo non dispone di un sistema di controllo, che pubblichi rapporti sulla frequenza delle violenze, così come sull’efficacia delle misure prese dalle autorità competenti per fare fronte a questo problema.
Il conflitto ha aumentato la povertà e diminuito l’affidabilità dello stato, quest’ultimo da molti anni manca di mezzi e soffre la mal gestione e la corruzione, nota soprattutto nei settori della sanità e della giustizia. Il sistema giudiziario ne risulta indebolito e manca delle risorse umane, finanziarie e materiali; il personale è spesso mal formato e, di conseguenza, l’applicazione delle leggi è una chimera.

Le donne vittime di violenza sessuale da parte di membri di gruppi armati, avvenute durante la guerra civile, raramente raccontano quello che hanno subito, per paura di rappresaglia.
L’impunità delle violenze compiute ha contribuito a creare un clima tale per cui i crimini continuano a rimanere impuniti. Inoltre l’attitudine della polizia burundese a praticare discriminazioni, rinforza la reticenza ad affrontare un percorso legale e le autorità rifiutano regolarmente di fare della lotta contro la violenza una priorità.
Le procedure giudiziarie non vengono incontro alle vittime che sono costrette a testimoniare in un’aula pubblica, in quanto non esiste la possibilità di testimoniare in privato. Molte vittime, perciò, vivono nel silenzio dato che le conseguenze di una rivelazione pubblica sono spesso terribili.
La maggior parte delle vittime ha meno di trent’anni, mentre il 24% ne ha meno di undici. (1) Le ragazze minorenni sono le più esposte: nel dicembre 2006 il 60% delle violenze segnalate riguardavano minori. (1) Quando una minorenne subisce violenza la società burundese considera la madre come la responsabile. L’attitudine più diffusa in Burundi consiste nell’incriminare la vittima e nel lasciar intendere che la violenza subita è dovuta al comportamento o al vestiario della donna. Le vittime sono oggetto di scherno e di umiliazioni e diventa per loro difficile sposarsi o trovare un compagno. Una donna rifiutata dalla propria comunità viene cacciata dal suo domicilio e obbligata ad arrangiarsi. In questi casi le donne non hanno più la possibilità di far fronte ai propri bisogni e certe vivono nella completa indigenza.
la cultura patriarcale dominante è una giustificazione sufficiente per l’inazione.
La povertà e la predominanza di una società patriarcale così come di una cultura che non prende sul serio le violenze, creano una situazione in cui le donne sono troppo spaventate per denunciare i crimini.
Le vittime e le loro famiglie fanno spesso riferimento al sistema tradizionale e informale del regolamento dei conflitti, secondo cui la famiglia della vittima di violenza negozia con la famiglia dell’aggressore. Questa procedura spesso consiste in un versamento di denaro o di altri beni alla famiglia della vittima. Un altro termine d’arrangiamento amichevole consiste nell’organizzare il matrimonio tra la vittima e l’aggressore.
Le violenze all’interno della famiglia sono abbastanza diffuse, tuttavia le donne sono meno disposte a denunciare il loro marito o padre: l’arresto significherebbe la perdita della principale risorsa della famiglia.

Alcune categorie di donne, quelle che vivono sole, le vedove, le donne che si trovano all’interno del paese e le rifugiate, sono particolarmente vulnerabili. Molte vengono aggredite mentre raccolgono la legna o mentre sono alla ricerca di acqua.
La polizia e il sistema giudiziario soffrono di gravi lacune. Non rispondono alle esigenze delle donne delle zone rurali, che ignorano quali siano le procedure per iniziare una prassi giudiziaria. È estremamente difficile per loro depositare una denuncia, anche nel caso in cui conoscano il nome dell’aggressore o accedere all’assistenza psicologica e medica fornita da alcune organizzazioni attive sul territorio.

I membri influenti della comunità hanno una parte di responsabilità. Gli amministratori locali ignorano spesso la legge, non conoscono la prassi per intraprendere una procedura giudiziaria e non sono motivati ad intervenire e ad aiutare le vittime, quando invece dovrebbero avere un ruolo importante nel vagliare i crimini commessi nelle zone di loro competenza, curare le segnalazioni verso le autorità e verificare che siano prese le misure necessarie.

Note:

1. Per i dati, cf. Agence Burundaise de Press in http://www.abp.info.bi; e Burundi Reéalités Agence Press in http://www.burundirealite.org

Si ringrazia per la collaborazione il Casco bianco Lucia Pezzuto